All’Umg di Catanzaro nasce il corso di Diritto islamico
Formare competenze capaci di interpretare una società sempre più interconnessa: all’Umg di Catanzaro nasce il corso di Diritto islamico. Ne parla il professor Bilotti
CATANZARO – In un tempo segnato da profondi mutamenti sociali, culturali e geopolitici, l’università è chiamata a interrogarsi su nuovi strumenti di lettura della realtà. È in questa prospettiva che si inserisce l’inaugurazione del corso di diritto islamico all’Università Magna Graecia di Catanzaro, una novità significativa nel panorama accademico dell’Ateneo, pensata per offrire agli studenti chiavi interpretative più complesse e consapevoli rispetto a fenomeni spesso ridotti a semplificazioni.
L’iniziativa, promossa nell’ambito dei seminari del corso di diritto islamico coordinato dal professor Domenico Bilotti, si propone di colmare un vuoto formativo sempre più evidente, alla luce dell’evoluzione del contesto internazionale, delle dinamiche demografiche e delle nuove esigenze del diritto contemporaneo. Non si tratta solo di ampliare l’offerta didattica, ma di costruire uno spazio di approfondimento capace di mettere in relazione sistemi giuridici differenti, superando stereotipi e narrazioni superficiali.
A partire da questi presupposti, abbiamo intervistato il professor Bilotti per comprendere le ragioni culturali e giuridiche alla base di questa scelta, il valore che lo studio del diritto islamico può assumere nel contesto attuale e le ricadute concrete che questa disciplina può avere anche nella realtà italiana ed europea, tra integrazione, pluralismo giuridico e convivenza tra modelli normativi diversi.
Professore, l’introduzione del corso di diritto islamico rappresenta una novità assoluta per l’Ateneo: quali sono le ragioni culturali e giuridiche che hanno reso oggi necessario inserire questa disciplina nel percorso formativo?
«Il diritto italiano si è sempre interessato dei sistemi giuridici islamici. È una corrispondenza occasionale, ma periodica, che accomuna per più ondate qualsiasi regime costituzionale abbia avuto l’Italia: dal periodo regio all’attuale forma repubblicana, passando per il fascismo. Oggi quella intensità di scambio è richiesta soprattutto dall’evoluzione del contenzioso, dai fattori demografici e dalla crescente specializzazione richiesta nelle relazioni interstatali».
In un contesto internazionale segnato da conflitti e tensioni che coinvolgono anche Paesi a maggioranza islamica, quale ruolo può avere lo studio del diritto islamico nel favorire una lettura più consapevole e meno semplificata di queste dinamiche?
«La primaria valenza collettiva, se davvero può esservi e generare impatto, come usa dirsi oggi, consiste nel comprendere che gli attori internazionali al proprio interno sono articolati, per non dire frammentati. Siamo soliti immaginare l’Iran sciita come blocco di potere omogeneo e così non è, in primis nella sua composizione religiosa e sociale. Lo stesso errore fu fatto al tempo delle Primavere Arabe: quei movimenti di piazza univano sensibilità differenti, dalla protesta giovane per i diritti civili alla richiesta religiosamente connotata di amministrazioni etiche, trasparenti e paritarie».
Spesso il diritto islamico viene percepito attraverso stereotipi o riduzioni mediatiche: quali sono, secondo lei, gli aspetti più fraintesi e che invece il corso si propone di chiarire in modo rigoroso?
«Mi soffermerei soprattutto su due aspetti, che i corsisti impareranno a condividere sin dalle prime mosse. In primo luogo, si immagina che l’Islam, pur differente dalla Chiesa cattolica, abbia comunque un vertice esteriormente riconoscibile dal potere pubblico, unitario, gerarchico. Non è così: se le gerarchie interne esistono, non hanno un mandato collettivo, né costituzionale né popolare. Bisognerebbe poi capire che la vocazione egualitaria del diritto islamico, tuttavia, è declinata in modo diverso nelle pratiche effettivamente seguite nei differenti Paesi a maggioranza musulmana. In conclusione, pur senza pretendere che le grandi categorie possano spiegare tutto (spesso non spiegano nulla), un conto è il diritto islamico chiamato “classico” (il suo credo, la sua dottrina) e un altro sono i sistemi vigenti, dove spesso problematiche omologhe trovano soluzioni diversificate. Pensiamo, ad esempio, alla grande ricchezza interna del diritto islamico in materia di famiglia».
Guardando alla realtà italiana ed europea, in che modo la conoscenza del diritto islamico può contribuire concretamente alla gestione delle questioni legate all’integrazione, al pluralismo giuridico e alla convivenza tra sistemi normativi differenti?
«Siamo abituati a ritenere che il diritto e l’integrazione siano fenomeni da studiare all’apice, come se fossero guidati da una mano invisibile, ovviamente e sempre coincidente con un potere organizzato. In realtà, l’interesse professionale del diritto islamico riguarda nell’Italia di oggi soprattutto la dimensione privatistica: le obbligazioni, il funzionamento delle imprese, la convivenza e i condomini, i tipi di contratto, il divieto dell’interesse e le modalità per attuarlo. O ancora il diritto successorio, nel quale vediamo enormi e non sempre comprensibili difficoltà di istituzione dei luoghi di sepoltura. Un problema, come molti, che appena studiato dimostra subito la sua plastica realtà: migranti e residenti, culture tradizionali e minoranze all’apparenza dirompenti, spesso condividono sofferenze intimamente connesse e comuni».
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