la “profezia” di Gary Freeman si è avverata, il ranger morto dopo la carica del pachiderma
C’è una frase, pronunciata in passato davanti al fuoco di un bivacco, che oggi risuona come un testamento spirituale e, insieme, come un’amara profezia: “Preferirei essere ucciso da un elefante piuttosto che sparargli”. Gary Freeman, 65 anni, non stava facendo retorica. Veterano dei safari, guida leggendaria e proprietario della riserva naturale privata Klaserie, in Sudafrica, ha mantenuto fede a quel giuramento fino all’ultimo istante della sua vita, trovando la morte proprio per non aver voluto rivolgere la sua arma contro l’animale che lo stava caricando. La tragedia si è consumata giovedì 9 aprile 2026 nella provincia del Limpopo, un’area adiacente al celebre Parco Nazionale Kruger. Come riportato dal Daily Mail (citando fonti ufficiali della Polizia Sudafricana – SAPS), Freeman stava conducendo un gruppo di turisti in un “walking safari”, un’escursione naturalistica a piedi, modalità operativa che lui stesso aveva contribuito a sdoganare in quell’area fin dai primi anni Novanta.
Il gruppo aveva lasciato i fuoristrada per immergersi nella savana africana quando, in una zona esposta, un elefante è improvvisamente emerso dalla boscaglia, staccandosi dal branco. Per motivi che restano insondabili — forse un senso di minaccia territoriale o la percezione di un pericolo imminente per i cuccioli — il pachiderma ha puntato dritto contro la guida in una carica forsennata. Il brigadiere Hlulani Mashaba, portavoce della SAPS nel Limpopo, ha ricostruito per il Daily Mail quei drammatici istanti: “Mentre il gruppo camminava, un elefante è improvvisamente spuntato e lo ha caricato. Ha cercato di spaventarlo con il revolver che portava con sé, ma alla fine è stato attaccato“. Decisivo, nella ricostruzione, è proprio il dettaglio dell’arma: “Non ci sono prove che suggeriscano che l’arma da fuoco sia stata usata contro l’animale”, ha precisato il portavoce della polizia.
I testimoni oculari hanno confermato che Freeman ha estratto la pistola esplodendo dei colpi in aria nel disperato tentativo di far desistere il pachiderma, rifiutandosi categoricamente, anche di fronte a una morte imminente, di mirare al corpo dell’elefante. Dopo essere stato travolto, il gruppo ha trascinato la guida in un “luogo sicuro” allertando i soccorsi, ma il personale medico giunto sul posto non ha potuto far altro che constatarne il decesso. Le autorità hanno aperto un’inchiesta di rito per fare piena luce sulla dinamica, sebbene la tragica fatalità dell’evento appaia evidente. Freeman era un punto di riferimento per l’ambientalismo africano: alto, dinoccolato e per questo affettuosamente soprannominato “Thutwa” (giraffa nella lingua locale). Aveva appreso l’arte dell’esplorazione a piedi da Clive Walker, fondatore del Wilderness Trust of Southern Africa. Dagli anni Novanta gestiva in prima persona le operazioni nella riserva Klaserie, un santuario di biodiversità che ospita una popolazione stabile di circa 750 elefanti selvatici, oltre a leoni, leopardi e rinoceronti. Come riportato dalla rivista Klaserie Chronicle, fino a oggi gestiva l’operazione “principalmente da solo”, instaurando con i visitatori un legame tale da essere persino invitato ai loro matrimoni.
La notizia ha innescato un’ondata di commozione sui social. Il tributo più toccante è arrivato da Judy Connors, una turista che aveva partecipato a un’escursione con lui lo scorso febbraio. Su Facebook, Connors ha ricordato proprio le parole profetiche di Freeman, descrivendolo come un uomo intriso di una “profonda sensazione di ‘la vita mi ha dato abbastanza’”. E ancora: “In passato abbiamo sentito Gary parlare del suo profondo rispetto e amore per gli elefanti. Disse che avrebbe preferito essere ucciso da uno di loro, piuttosto che sparargli”, ha scritto Connors. “Forse è quello che voglio credere, ma deve esserci stato un legame speciale, un’anima con l’altra, affinché questo elefante fosse il prescelto incaricato della sua liberazione“. Anche i vertici della riserva Klaserie hanno affidato ai social l’estremo saluto alla loro colonna portante, ricordando che il ranger “non si sentiva mai padrone del territorio, ma un suo ospite”: “Gary era un vero gentiluomo e una parte integrante del tessuto della Klaserie. La sua presenza, la sua gentilezza e il suo contributo a questo paesaggio mancheranno profondamente a tutti coloro che lo hanno conosciuto. Gary rimarrà per sempre parte della Klaserie”.
Source link




