Piera Tenca racconta la sua vita e i vent’anni passati in Somalia – Bolzano
BOLZANO. «Ho mangiato così tante banane, in quegli anni, che oggi non voglio più nemmeno vederle dipinte». Lo racconta Piera Tenca, classe 1934 (nella foto di Matteo Groppo, circondata da familiari e amici), festeggiata nei giorni scorsi alla clinica Melitta Care da amici, parenti e conoscenti. Una storia bolzanina, ma anche africana, la sua, come ha raccontato ai presenti. «Mi chiamo Piera Tenca, vedova Dalbon», ha esordito. «Sono nata a Casalmaggiore in provincia di Cremona, la città di Mina, la cantante». Ha passato da tempo i novant’anni, essendo classe 1934. «Mia madre – ha proseguito la signora Piera davanti agli ospiti – mi ha avuto che non era sposata e praticamente mi ha allevato mia nonna, la mamma di mia mamma».
La madre andava a lavorare e Piera stava con la nonna, «che era vedova della guerra quattordici/diciotto».«Ci siamo trasferite a Bolzano a Oltrisarco, la nonna aveva l’orto e cresceva la verdura; poi metteva fuori un banchetto e la vendeva», è andata oltre Piera.Sua madre, poi, «si era accompagnata con l’autista del direttore delle Acciaierie e siamo vissute un po’ insieme, perché mia nonna intanto era tornata a Casalmaggiore, perché la moglie di suo figlio, la nuora, doveva partorire…»«Abitavamo in via Dalmazia e andavo a scuola alle Longon», prosegue il racconto della signora Tenca. «Intorno era tutta una vigna dei frati, si entrava nella chiesa da via Novacella…»
Poi Piera è cresciuta ed è andata a lavorare nella segheria di Sommacampagna e Pallaver: «Noi ragazze facevamo i platò, le cassette della frutta. Dovevamo piantare chiodi ai quattro lati, poi mettevamo il fondo: chi faceva più cassette più guadagnava… lavoravamo a cottimo». Altri tempi, decisamente. Lavoro minorile, e per di più a cottimo. Ma non ci si lamentava. Piera prosegue: «A quindici-sedici anni ho conosciuto quello che poi è diventato mio marito: lui controllava che le lame tagliassero bene il legname, faceva il fabbro-carpentiere…»
Ma qui poi arriva la svolta, quella vera, che cambia non per anni ma per decenni la vita di Piera. «Il fratello di mio marito era stato mandato dal governo italiano in Somalia a insegnare ai giovani somali come tenere in mano un fucile», racconta Piera. «Una notte dalla boscaglia erano usciti i “Sifta” e avevano tagliato la testa a questi ragazzi e a casa li aspettavano!». Poi, va oltre Piera, «siamo andati anche noi in Somalia, a Mogadiscio, e siamo rimasti vent’anni… I neri, gli operai di mio marito, mi hanno sempre rispettato… sono stata bene: per loro ero la “Signora Dalbon”! Quando l’autista si era fatto male, l’avevo disinfettato, fasciato e poi l’avevo mandato dal medico, che era di Laives. Era il dottor Basilicò».
C’era la farmacia, a Mogadiscio, «e la farmacista mi aveva insegnato a fare le punture: mi ero comperata la scatoletta, facevo bollire la siringa per disinfettarla… ci si doveva adattare». Quando suo figlio Tiziano perdeva sangue dal naso, prosegue nel racconto, «rompevo una fiala contro le emorragie, intingevo un batuffolo di cotone e tamponavo per bloccarla». In Somalia, a Mogadiscio, c’erano «l’Ambasciata, il Consolato, l’addetto militare di Laives che aveva la sede a ponte Talvera… e quando hanno saputo che noi eravamo di Bolzano e loro di Laives, abbiamo fatto amicizia: mio marito ha fatto uno spiedo con due ferri, si cacciavano pernici, conigli, si spellavano, si svuotavano e si cuocevano allo spiedo che si girava con una manovella».
C’era anche una chiesetta con frate Arcangelo e le suore che curavano la scuola: «I miei figli – ricorda Piera – hanno fatto la scuola fino alla quinta o alla sesta classe… mi pare!» Se c’è un paradiso, tiene a rimarcare la signora Piera, «loro, le suore, di sicuro volano lassù… Perché se nasceva un maschio andava bene, ma se erano femmine le buttavano via e le suore andavano a raccoglierle nella boscaglia e poi quei ragazzi, una volta cresciuti volevano tagliare la testa alle suore, ma i responsabili erano venuti a saperlo in tempo e frate Arcangelo era riuscito a fuggire con le suore, a raggiungere l’aeroporto di Mogadiscio e con l’aereo mandato dal Papa atterrare a Roma». Un giorno, va oltre nelle sue memorie, «mio marito mi aveva portato un leoncino appena nato e siccome il mio Aldo aveva otto anni ed era un po’ carognetta… davo il biberon un po’ all’Aldo un po’ al leoncino. L’ho allevato per un po’ e poi l’hanno messo in un gabbietta, portato al piroscafo in cambio di una cassa di birre».
Una volta, ecco un altro episodio, «era il nostro anniversario di matrimonio e siamo andati in città a scegliere un anello, ma il caso vuole che c’era un bananiero con un guasto… e mio marito era l’unico in grado di risolvere il guasto… Allora mio cognato mi ha accompagnata a prendere l’anello, ma è stata tutta un’altra cosa…» Ha mangiato tante banane, Piera, in quegli anni «ma adesso, per l’amor del cielo, banane no!» Vent’anni in Somalia, conclude, «siamo stati bene! Non rinnego niente della Somalia, paese povero. Per capire l’Africa bisogna viverci!»
Piera ha partorito tre figli, tutti a Bolzano. «La mia figlia femmina ormai è morta, accompagnata durante la malattia da suo marito. Siamo tornati in Italia e siccome io ero profuga l’Ina casa mi aveva assegnato un appartamento in via Sassari». I suoi figli sono bravi ragazzi: «Mi vengono a trovare quasi tutti i giorni. Io sono qua e dico loro: state tranquilli che qui io sto bene! Da qui non mi muovo più!»




