San Barbato, la Cassazione libera Liseno, scarcerato dopo 10 mesi
L’imprenditore Liseno scarcerato dopo 10 mesi di custodia cautelare, Attesa per le motivazioni della Corte per valutare le ricadute sul processo per il riciclaggio dei soldi della mala cerignolana al San Barbato Resort
POTENZA -E’ tornato libero dopo 10 mesi di carcere l’imprenditore lavellese Antonio Liseno, al centro dell’inchiesta sul riciclaggio di soldi della mala cerignolana nel cantiere del suo San Barbato Resort. Lo ha disposto la seconda sezione della Corte di cassazione accogliendo l’ultimo ricorso presentato dai difensori dell’imprenditore, gli avvocati Antonio Carretta e Gaetano Sassanelli.
Gli ermellini di piazza Cavour hanno annullato l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Potenza, a febbraio, aveva confermato la custodia cautelare in carcere per Liseno. In seguito a un primo annullamento con rinvio, a dicembre, della decisione originaria dei giudici lucani sull’arresto effettuato a luglio dell’anno scorso.
Le motivazioni di quest’ultima decisione verranno depositate nelle prossime settimane, e solo allora si capirà se avranno effetto anche nel processo che è appena iniziato, col rito immediato, a carico dell’imprenditore e di sette dei suoi co-indagati sottoposti a loro volta a misure cautelari.
IL PROCESSO
In prima istanza, infatti, la Suprema corte aveva dato indicazioni al Riesame perché sbrogliasse un particolare nodo procedurale. Vale a dire la legittimità dell’arresto di Liseno, dal momento che non era preceduto dall’interrogatorio preventivo introdotto 11 mesi prima per volontà dell’attuale ministro della Giustizia, Carlo Nordio.
Da chiarire, in pratica, ci sarebbe stata la connessione o meno tra le accuse meno gravi rivolte all’imprenditore e quelle più gravi mosse ad alcuni dei suoi co-indagati, per le quali anche l’ultima versione del codice di procedura penale consente di derogare all’interrogatorio preventivo.
La Cassazione, sempre in prima istanza, aveva ritenuto «assorbiti» gli altri motivi di ricorso dei difensori, specie quelli rivolti al merito delle accuse nei confronti di Liseno. Aggiungendo solo un appunto sulla tecnica redazionale del primo provvedimento del Riesame, «contenente la sovrabbondante trascrizione di atti d’indagini», che non consentirebbe «un’agevole individuazione dei punti salienti della decisione».
Laddove anche in questa seconda decisione i giudici di piazza Cavour si siano limitati ad affrontare la problematica dell’interrogatorio preventivo, quindi, l’impianto dell’accusa potrebbe uscirne intatto. O quasi. In caso contrario i pm Marco Marano e Vincenzo Montemurro potrebbero essere costretti a rivalutare il quadro delle accuse all’imprenditore ed ex consigliere comunale lavellese.
«La Cassazione ha fatto chiarezza annullando l’ordinanza genetica riguardante la misura cautelare personale; se così non fosse stato, la misura cautelare con l’ordinanza del gip avrebbe mantenuto la sua vigenza anche in considerazione del fatto che si era in attesa del braccialetto elettronico, ma tutto questo ormai appartiene al passato». Queste le dichiarazioni a noibasilicata.it dell’avvocato Carretta.
LE ACCUSE
Con Liseno sono a processo i cerignolani Sante Cartagena e Pasquale Saracino, considerati i referenti di un gruppo criminale specializzato nelle rapine ai portavalori e accusati di aver “lavato” nel cantiere del San Barbato qualcosa come 9 milioni e mezzo di euro. «Provento e profitto – secondo i pm dell’Antimafia di Potenza – di rapine, ricettazioni, frodi fiscali ed altri numerosi delitti».
Imputato anche il presunto trait d’union tra i cerignolani e il patron del San Barbato, Angelo Finiguerra, assieme alla moglie e alla figlia di quest’ultimo: Mariagrazia Merra e Sonia Finiguerra. Poi ci sono Franco Mauro Via, considerato un prestanome di Cartagena, e i presunti autori della rapina a un’autocisterna piena di gasolio e benzina avvenuta a febbraio del 2023 tra Montemilone e Palazzo San Gervasio, Nicola Di Leo e Pietro Gervasio.
Liseno, i due Finiguerra, Merra, Via, Saracino e Cartagena sono accusati anche di associazione a delinquere, con l’aggravante (per tutti tranne Sonia Finiguerra e Via) dell’agevolazione del clan mafioso Piarulli/Ferraro, di base nel foggiano ma “operante in tutta Italia”.
Le indagini di Polizia e Guardia di finanza sui soldi lavati nel cantiere del San Barbato Resort risultano partite da una perquisizione eseguita nel 2017 nei confronti di Finiguerra, nel corso della quale è stata ritrovata, in un cestino, documentazione contabile sui lavori effettuati dalla sua ditta di costruzioni nel cantiere del San Barbato.
Un rapporto consolidato non solo di natura commerciale
Secondo la procura quella documentazione avrebbe attestato: «un rapporto consolidato che andava anche ben oltre la mera natura commerciale con Liseno, (…) le cui attività economiche si presentavano funzionalmente connesse e riconducibili a un gruppo di cerignolani specializzati in rapine a furgoni portavalori eseguite in tutto il territorio nazionale».
Durante l’interrogatorio di garanzia innanzi al gip che ha firmato l’ordinanza di arresti nei suoi confronti, Ida Iura, l’imprenditore aveva liquidato le accuse come montature.
Quanto ai rapporti con i rapinatori cerignolani, invece, Liseno aveva detto che a presentarglieli era stato lo stesso Finiguerra, che sarebbe stato in debito con loro di una somma imprecisata di denaro.
A dicembre dell’anno scorso la seconda sezione della Cassazione aveva emesso anche un ulteriore verdetto sul “caso Liseno”, in merito al riconoscimento dell’aggravante mafiosa per le accuse nei confronti dell’imprenditore e di alcuni dei suoi co-indagati.
I magistrati romani avevano accolto il ricorso dei difensori che chiedevano di giudicare tardivo, quindi inammissibile, l’appello dei pm per il riconoscimento dell’aggravante mafiosa. Dopo che il gip che ha firmato l’ordinanza di misure cautelari “originaria”, quella eseguita a luglio dell’anno scorso, ne aveva negato la sussistenza.
Soffermandosi sulla posizione di Liseno, però, la Cassazione aveva aggiunto che il Riesame sarebbe incorso in errore rispetto al contenuto dell’appello dei pm. Poiché non sarebbe stato indirizzato anche nei suoi confronti.
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