Cultura

La Scozia e le sue infinite trame sonore: “Something For The Longing 1985 – 1999”

Questa volta la Cherry Red si è superata. L’argomento è di quelli importanti, importantissimi: la Scozia. Dal punto di vista geografico ne avremmo tante da dire, con questi magici paesaggi montuosi e le sue valli, per non parlare dei castelli e delle due città principali Edimburgo, la capitale, e Glasgow, ma la Cherry non si occupa di geografia, bensì di musica e qui ovviamente entriamo nel territorio che più ci aggrada. “Something For The Longing” accende i riflettori sull’anima indie-pop scozzese dal 1985 al 1999. A curare il tutto una penna d’eccezione, ovvero Grant McPhee, autore di “Postcards From Scotland“, libro dedicato agli eroi musicali che hanno plasmato la musica indie della Scozia in un periodo di tempo che va dal 1983 al 1995. Chi meglio di lui, dopo un simile trattato (ah, arriverà anche un secondo volume che coprirà l’arco temporale 1996 – 2001), poteva occuparsi di selezionare i brani per i 3 CD e scrivere le note di copertina? Nessuno!

Doverosa premessa questa sull’autore perché quando si parla indie-pop e Scozia bisogna davvero farlo con cognizione di causa, visto l’altissimo valore della materia. Lassù, nella parte più alta del Regno Unito la musica indie vive(va) di contrasti: da una parte il jangle-pop melodico e spensierato, con il profumo inebriante dei Byrds che riempie l’aria e le melodie solari, i colori vivaci, accattivanti, dall’altra un sound più oscuro, rumoroso, abrasivo, dissonante. Due facce di una sola medaglia.

Ed ecco allora che sotto lo stesso grande ombrello musicale, tra anni ’80 e ’90, possono trovarsi i deraglianti fratelli Reid, gli energici Shop Assistants e gli armoniosi Primal Scream che sembrano uscire dritti dritti dagli anni ’60. Tutti musicalmente diversi, ma tutti meravigliosamente scozzesi.

La ricca compilation riporta alla luce tante, tantissime variazioni sul tema musicale, che con grande disinvoltura passerà da arpeggi delicati a sperimentazioni più discordanti, incrociando ritmi ballabili, suggestioni DIY e gusto squisitamente pop in un mix coinvolgente e vitale, lasciando però sempre trasparire uno sguardo tanto agrodolce e malinconico quanto un irresistibile fascinazione per il rumore. 3 CD che affermano in modo indelebile come la creatività musicale scozzese in quegli anni fosse travolgente e straordinaria, per qualità e per la capacità di lasciare un marchio tutt’ora indelebile.

Estrapolare solo 10 brani, 10 band da un simile scrigno di tesori fa quasi ridere, ma questa è la”missione impossibile” di certe TOP 10 e io non mi tiro indietro. Al solito cercherò di evitare i super big (ma almeno un paio ce li metto dai) e, al solito, i numeri e le posizioni sono solo indicative, non c’è nessuna velleità di classificare il tutto.

10 – PRIMAL SCREAM – “Gentle Tuesday”

La premiata ditta Jim Beattie e Bobby Gillespie, quando non era impegnato a suonare la batteria con i J&MC, ci da dentro con le fascinazioni anni ’60, con un sound che è fortemente ispirato dai Byrds. Questa “Gentle Tuesday”, datata 1987, è perfetto esempio della gentilezza e dell’estro melodico che la band sapeva creare: una vera e propria perfezione guitar-pop.

9 – SPARE NARE – “Wired For Sound”

Orgogliosamente lo-fi, ecco come potremmo definire i grandi Spare Nare mesi in piedi da Jan Burnett nel 1991 e, ci tengo a dirlo, ancora operativi. Gli Spare Snare sono sempre andati avanti per la loro strada, quella dell’indie DIY, chitarre soniche, registrazioni migliorabili, un suono secco e scontroso ma un gusto tipicamente scozzese che emergeva da melodie sempre presenti. Se sono diventati una band di culto, beh, il motivo c’è, eccome se c’è!

8 – LONG FIN KILLIE – “The Lamberton Lamplighter”

Gli scozzedi Long Fin Killie erano guidati da Luke Sutherland e prima del loro scioglimento nel 1998 hanno pubblicato 3 album. La Cherry Red va a pescare questa “The Lamberton Lamplighter”, contenuta su “Buttergut EP” del 1994. Una band che ha saputo mescolare indie-rock, post-rock e folk, in modo spesso sperimentale e ruvido, riuscendo però a trovae il giusto equilibrio tra un mood a tratti ostico ma anche capace di essere invitante.

7 – BABY LEMONADE – “Much Too Late”

Se cercate una band che possa placare la vostra sete di Talulah Gosh, beh, potreste rivolgervi a casa Baby Lemonade e al loro album “One Thousand Secrets” del 1998. La band, originaria di Glasgow, trovò in John Peel uno dei loro primi fan: il buon John non poteva non rimanere colpito da un guitar-pop molto melodico ma anche carco e grintoso il giusto, come “C86″ comanda. Il singolo “Secret Goldfish” fu prodotto addirittura da Douglas Hart (bassista dei Jesus & Mary Chain). Seguirono poi vari cambiamenti nella formazione prima che l’unico album della band venisse pubblicato e questa “Much Too Late” ne è ottimo esempio.

6 – THE WENDYS – “Enjoy The Things You Fear”

Apriva il loro EP del 1991, “I Instruct”, questa “Enjoy The Things You Fear”. Stiamo parlando dei Wendys che incidevano per Factory Records. Inseriti nel calderona del Madchester sound, i ragazzi di Edinburgo con il loro album di debutto “Gobbledygook” (1991), prodotto da Ian Broudie, dimostravano di saperci fare con richiami al jangle-pop, ritmi ballabili e qualche tappa nella psichdelia. Ovviamente la fine della Factory Records tarpò decisamente le ali ai Wendys che però non erano mai riusciti ad avere un ruolo che non fosse di nicchia. A quanto ne so dovrebbero essersi riformati.

5 – LUGWORM – “Sweaty Says”

Se il jangle-pop non fa per voi, beh, il rimedio potrebbe chiamarsi Lugworm. La band di Glasgow infatti, messa in piedi da Graham Gavin e Richie Dempsey con l’arrivo poi di Jane McKeown, puntava su un noise-rock decisamente incentrato sul ritmo, con andamenti dissonanti e pulsanti, un grande dinamismo che anche in questa “Sweaty Says” emerge prepotente. La formazione era spesso variabile, andando a pescare tra realtà indie della scena. Un nome piccolo, certo, di culto possiamo dire (anche per la discografia davvero esigua di cui ricordo uno splito con i Bis) ma che ha sicuramente lasciato un bel segno.

4 – THE AMPETHAMEANIES – “Last Night”

Che lo ska sia con voi. Ecco i The Amphetameanies di Glasgow, ma non chiedetmi la formazione perché qui diventa piuttosto difficile. Sappiate che dentro ci hanno suonato anche membri di Pink Kross e The Karelia, ma anche di Belle & Sebastian e bis, senza contare anche il buon Kapranos dei Franz Ferdinand che tra l’altro compare, giovanissimo, anche nella copertina qui sotto. Al di là di genere e album pubblicati la band è veramente un simbolo per la creatività, la contaminazione e l’intercambiabilità degli elementi, segno indelebile e pulsante di una natura comunitaria, coinvolta e coinvolgente, che animava la scena underground di Glasgow.

3 – FRANK BLAKE – “Plastig Bag”

I Frank Blake sono stati una specie di vacanza dai Teenage Fanclub per il batterista Francis MacDonald e il frontman Norman Blake. Il duo ha registrato un unico 7″ per la mitica Shoeshine Records ma se ben ricordo il 7″ uscì anche, sempre in edizione limitata per la Elefant Records. Canzoncina deliziosa, un vero e proprio divertimento per due eroi musicali veri e propri.

2 – V-TWIN – “Thank You Baby”

Bizzarri, stravaganti, ma anche geniali a modo loro. Un frullato di rock che guarda tanto ai ’60s quando agli anni ’70, synth, effetti, rock n roll, blues dal piglio ballabile: da un folle calderone che sembra gestito da dei Primal Scream che se la ridono e sono in vena di cazzate emergono questi stralunati V-Twin che nel 2002 pubblicarono un disco per la Domino, quel “The Blues Is A Minefield” che andrebbe riscoperto. “Thank You Baby” non è sull’album, è un singolo precedente, ed una ballata tenerissima, con un gusto tutto da cameretta che ce la fa apprezzare ancora di più.

1 – MOGWAI – “Christmas Steps”

L’ultima canzone di questa TOP 10 spetta a una super band così come era toccato alla decima posizione. Amo i Mogwai e sono ovviamente contento di trovarli su questa bellissima compilation della Cherry Red, ma sopratutto adoro “Christmas Steps” vedere che la scelta di Grant McPhee è caduta proprio su questo brano, beh, mi esalta non poco. Questi mostri sacri del post-rock arrivano da Glasgow, quando nel 1995 Stuart Braithwaite, Dominic Aitchison e Martin Bulloch danno vita ai Mogwai. Che ricordi bellissimi di quando io, che avevo solo letto sui loro primissimi passi su qualche rivista inglese, continuavo a telefonare a Planet Rock su Radio Rai per chiedere di passarli e mi ricordo che mi rispondevano sempre che non avevano nulla e che anzi credevano mi stessi inventando una band. Il mistero fu svelato quando ci furono i Travis in trasmissione per un live acustico e, ovviamente, telefonai ancora e dissi: “Chiedete ai Travis se li conoscono!” e Fran disse: “Mogwai, of course, they play lo-fi rock“. Poi arrivarono “Ten Rapid” e quello splendore di “Mogwai Young Team”, ma se devo pensare a un picco della band non riesco a non dire “Come On Die Young” da cui, appunto, è tratta “Christmas Steps”, esempio magistrale di come la band sappia equilibrare alla perfezione una personale moderazione musicale, esplosioni sonore devastanti ed emotività da pelle d’oca.


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