A World Of Our Own – Il folk d’oltremanica nel 1965

Il 1965, per il folk britannico e irlandese, fu un incredibile anno di transizione. “A World Of Our Own – The UK & Irish Folk Explosion Of 1965”, un corposo cofanetto in tre CD pubblicato dalla Strawberry (una delle sotto-etichette più attive della galassia Cherry Red Records) lo documenta con encomiabile completezza attraverso ottantasei brani usciti proprio in quel singolo anno.
Per capire cosa stesse succedendo all’epoca, bisogna tenere a mente il contesto. Il 1965 è l’anno in cui i Beatles si aprono al folk “multietnico”, pubblicando la meravigliosa “Norwegian Wood”, e in cui Bob Dylan, il 25 luglio, sale sul palco del Newport Folk Festival con una chitarra elettrica e stravolge tutto il genere. Due eventi che, seppur indirettamente, rappresentano i punti cardinali attorno ai quali ruota l’intero cofanetto. Non a caso, alcuni artisti qui presenti citano apertamente il cantautore di Duluth: Benny Hill (sì, proprio quello del “Benny Hill Show”), nel singolo “What A World”, ne imita il tono con umorismo tagliente, mentre “The Serpent” di Micha faceva da B-side per il 45 giri di “The Protest Singer”, un’altra velenosa parodia del futuro vincitore del Premio Nobel.
Il sound sempre cangiante delle canzoni contenute nel box set vale più di mille parole. C’è ancora un forte legame con la tradizione folk, con sonorità acustiche e atmosfere celtiche, soprattutto nei brani più essenziali dal punto di vista degli arrangiamenti che, in alcuni casi, suonano spogli e semplici come i canti che venivano intonati nelle birrerie. Ascoltando i Watersons di Hull, con le loro voci a cappella e le armonie serrate, o Gordeanna McCulloch, con la tradizionale ballata scozzese “The Dowie Dens O’ Yarrow”, mi è tornato in mente il personaggio di Grace Burgess che, nella prima stagione di “Peaky Blinders”, commuoveva gli avventori del Garrison Pub cantando antichi brani popolari senza accompagnamento.
Fra i numerosi richiami alla vera tradizione folk d’oltremanica emergono anche i prodromi di quello che sarebbe diventato il genere di lì a poco, con la comparsa di contaminazioni rock, pop, blues, country e psichedeliche. Qualche esempio partendo dal principio: il primo disco, infatti, si apre magnificamente con “Reynardine” di Shirley Collins e Davy Graham, con la chitarra acustica di quest’ultimo che attinge al jazz e alla musica classica per rendere ancor più nobile la prova della cantante. E poi ci sono Bert Jansch con “Needle Of Death”, che con i Pentangle avrebbe poi fatto rotta verso raffinati territori rock e jazz, e Martin Carthy con la celeberrima “Scarborough Fair”, nella versione che avrebbe ispirato gli statunitensi Simon & Garfunkel.
Sì: il 1965 è anche l’anno in cui Londra attira frotte di musicisti americani. Jackson C. Frank, originario di Buffalo, si impone nella scena folk londinese e pubblica “Blues Run The Game” con la produzione di Paul Simon, anch’egli presente nel cofanetto con la versione di “The Sound Of Silence” pubblicata nel suo esordio solista, registrata nel periodo in cui frequentava i folk club della capitale inglese in compagnia dei già citati Carthy e Jansch. E poi c’è Nico – di nazionalità tedesca, certo, ma legata agli USA per la sua militanza nei Velvet Underground – che apre il terzo disco della compilation con il pop vivace e barocco di “I’m Not Sayin’.
Tanti i grandi nomi in lista ma, come da consuetudine con le produzioni Cherry Red, non mancano le meteore degne di ricordo: i Vernon Haddock’s Jubilee Lovelies, che vendono solo qualche centinaio di copie del loro unico album prima di sparire nel nulla; i Dedicated Men’s Jugband, col loro scanzonato hokum blues da ubriaconi; i Levee Breakers, in scaletta con la loro unica incisione. Frammenti dimenticati di una storia che, come l’esplosione richiamata nel titolo, colpiscono con la forza unica del folk immortalato in una delle sue epoche migliori.
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