Lazio

Tra tavoli e affari, la regia del clan Senese dietro i ristoranti “Da Baffo”: il verdetto della Cassazione

C’è una Roma che si racconta tra tavoli apparecchiati, locali affollati e serate mondane. E poi ce n’è un’altra, meno visibile, che si muove dietro le quinte della stessa scena, intrecciando affari e potere lontano dai riflettori.

È questa la realtà che emerge dalle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione sul processo “Affari di famiglia”, che fa luce sul sistema costruito attorno ai ristoranti del marchio “Da Baffo”.

Secondo i giudici, dietro l’apparente gestione imprenditoriale di Mauro Caroccia si celava un controllo ben più profondo, riconducibile al clan guidato da Michele Senese, figura storica della criminalità organizzata nella Capitale.

Non un semplice investimento, ma una presenza costante e radicata, capace di orientare le scelte e le dinamiche interne alle attività.

Il potere nell’ombra

A emergere con chiarezza è il ruolo di Angelo Senese e del figlio Vincenzo, indicati come i veri punti di riferimento nella gestione dei locali. Un potere esercitato senza necessità di incarichi formali, ma attraverso una presenza concreta e riconosciuta.

Il meccanismo, ricostruito anche grazie alle intercettazioni, appare ben rodato: Vincenzo risultava formalmente un dipendente, ma nei fatti gestiva l’attività con pieni poteri.

I compensi percepiti, ben oltre quelli di un normale cameriere, e il ruolo operativo all’interno del ristorante delineano — secondo i giudici — una titolarità di fatto, evidente anche agli occhi di chi frequentava quei locali.

Tra affari e relazioni

L’inchiesta incrocia anche ambienti istituzionali. Nei ristoranti “Da Baffo” sarebbe avvenuto l’incontro tra Caroccia e Andrea Delmastro, da cui nacque il progetto imprenditoriale della “Bisteccheria d’Italia”.

Pur non risultando coinvolto nei fatti contestati, il nome del politico compare nel contesto delle relazioni ricostruite dagli inquirenti.

Intanto, la posizione di Caroccia resta al centro dell’attenzione giudiziaria: già condannato in via definitiva a quattro anni, è ora indagato insieme alla figlia in un nuovo procedimento della Procura di Roma, legato a ipotesi di riciclaggio e intestazione fittizia attraverso la società “Le 5 Forchette”.

Il “nuovo” ristorante e i vecchi equilibri

Anche l’apertura del ristorante “Baffo 2 Fish”, nel 2017, non avrebbe segnato una reale discontinuità. Secondo la ricostruzione dei giudici, dietro una struttura societaria articolata si nascondeva la stessa regia.

Le quote, formalmente intestate ad altri soggetti, avrebbero coperto un controllo sostanziale da parte di Angelo Senese, che avrebbe investito direttamente circa 80mila euro nel progetto.

Un’operazione che, nelle valutazioni della Corte, conferma la continuità del ruolo del clan anche nelle nuove iniziative imprenditoriali.

Il riconoscimento dell’impianto mafioso

Il punto più rilevante della sentenza riguarda la conferma dell’aggravante mafiosa. Per la Cassazione, il gruppo Senese presenta tutti gli elementi tipici di un’organizzazione criminale strutturata: forza intimidatrice, capacità di condizionamento, gestione dei rapporti e una diffusa omertà.

Un sistema che, secondo i giudici, non si limita all’ambito criminale tradizionale, ma si estende all’economia legale, infiltrandosi in settori come la ristorazione e utilizzando attività apparentemente regolari come strumento di consolidamento del potere.

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