Cultura

Angine de Poitrine – Vol. II

È da qualche anno ormai che esiste un fenomeno assai particolare in grado di segnare in maniera profonda molteplici aspetti della società, della cultura e di tanto altro (anche della politica, purtroppo, con i disastri e gli orrori ai quali siamo ahinoi assuefatti). Sto parlando della viralità. La viralità nell’era digitale: basta un semplice contenuto a far scattare la scintilla della condivisione rapida e massiccia in ogni angolo di internet. Ai canadesi Angine de Poitrine, un misterioso duo originario del Québec, è bastata la registrazione di un live pubblicata su YouTube dalla stazione radiofonica statunitense KEXP.

Credit: Constantin Monfilliette

La visione di due tizi strambi, vestiti con assurdi costumi a pois e dotati di maschere sbucate fuori da un carnevale lisergico, ha mandato in visibilio milioni di persone che, nel giro di poche settimane, hanno innescato un portentoso passaparola come mai si era visto prima nell’ambito del rock realmente alternativo, trasformando una coppia di emeriti sconosciuti in una “macchina da guerra” per social network che genera meme, reel e stories a più non posso.

Proprio poche ore fa, mentre stavo scrollando compulsivamente il mio feed di Instagram, ho visto un’immagine divertente nella quale i pallini che decorano le divise del chitarrista/bassista Khn de Poitrine e del batterista Klek de Poitrine vengono paragonati a quelli disseminati sul pupazzo Dodò, il pennuto di stoffa protagonista de L’Albero Azzurro. Un sussulto di nostalgia per quel bel programma televisivo per bambini, prodotto nobile di una Rai che ormai non esiste più, mi ha reso ancor più simpatici questi stravaganti ma in qualche modo teneri mattacchioni nordamericani.

Nella loro musica forse non sono presenti tratti realmente “fanciulleschi” ma, senza ombra di dubbio, si avverte un certo livello di ironia in grado di contagiare e ammorbidire quello che essenzialmente è un math rock psichedelico semi-strumentale (la voce è utilizzata ma di rado e marginalmente) impreziosito da un sapiente uso delle scale microtonali, ovvero degli intervalli musicali minori di un semitono regolarmente utilizzati nelle tradizioni asiatiche e mediorientali.

Ed è proprio per questo motivo che le sei tracce di “Vol. II” (come facilmente intuibile, secondo album della band) sembrano immerse in atmosfere esotiche e spaziali che si sviluppano seguendo un ordine a strati. Piccole frasi di chitarra e basso, più o meno elaborate, si accumulano l’una sopra l’altra dando forma a un’intricata rete di groove sorretta con efficacia dal batterista, cui spetta il compito di dare un senso all’affastellarsi caotico di riff, riffetti e riffoni.

Gli Angine de Poitrine, essendo solo in due, devono affidarsi alla loop station per riempire gli spazi, modellando un sound sì evocativo e dinamico, ma anche contraddistinto da una naturale ripetitività. Loro provano a sfruttarla a loro favore, giocando sì con la complessità dei tempi dispari e della poliritmia, ma in realtà puntando maggiormente sulla “botta” di un qualcosa che oserei definire simile al funk.

Il math rock proposto da questi misteriosi quebecchesi ha un che di immediato e ballabile, anche quando suona troppo sbilenco (“Fabienk”, “Sarniezz”). Influenze fusion, progressive e noise si insinuano tra le note di canzoni spesso caotiche e dirompenti: penso alle nervosissime “Mata Zyklek” e “Yor Zarad”, che corrono veloci e frenetiche come treni diretti verso galassie aliene.

In altri casi, come in “Utzp” e “Angor”, si avverte in maniera chiarissima l’impronta multietnica del progetto, con suggestive sfumature musicali che vanno dai Balcani al Maghreb. Proprio quando gli Angine de Poitrine mettono in evidenza questo caratteristico animo multietnico emergono gli aspetti migliori e più originali di un album come “Vol. II”, interessante ma certamente non rivoluzionario.

Sì: è un passo in avanti rispetto al debutto di un paio di anni fa, ancora acerbo e molto meno definito dal punto di vista tecnico; ma, nel complesso, mancano quelle idee davvero forti e fresche che avrebbero potuto allontanare lo spettro della monotonia che invece è sempre all’erta. Un buon disco ma, come dicevano i Public Enemy e Alex Turner degli Arctic Monkeys, Don’t believe the hype.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »