Iran, lo scontro che ridisegna le potenze
7 aprile 2026 – ore 18:00 – Premessa – Il conflitto in Iran continua. L’Institute for the Study of War (ISW) e il Critical Threats Project (CTP) dell’American Enterprise Institute affermano che:
- Il 6 aprile l’Iran ha respinto un accordo di cessate il fuoco con gli Stati Uniti per sospendere la guerra e “riaprire” lo Stretto di Hormuz. Trump ha ribadito la sua minaccia di colpire le infrastrutture energetiche e i ponti iraniani se l’Iran non accetterà un accordo entro il 7 aprile;
- L’Iran, Hezbollah (Libano) e gli Houthi (Yemen) sembrano aver coordinato un attacco contro Israele il 6 aprile, probabilmente per cercare di massimizzare l’effetto psicologico derivante dalla limitata capacità dell’Iran di condurre attacchi su larga scala contro Israele. La tempistica di questi attacchi suggerisce un certo grado di coordinamento, considerando i tempi di volo notevolmente diversi dei proiettili lanciati contro Israele da Hezbollah, Iran e Houthi;
- Il 6 aprile le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato di aver colpito, nel corso dell’ultima settimana, i due maggiori impianti petrolchimici iraniani, responsabili dell’85% delle esportazioni petrolchimiche del Paese. Le IDF hanno riferito che il complesso di South Pars conteneva infrastrutture per la produzione di esplosivi e propellente per missili balistici.
https://understandingwar.org/research/middle-east/iran-update-special-report-april-6-2026/
In tale cornice, oggi tratteremo i seguenti tre diversi argomenti, tutti di estrema attualità perché intrisi di speranze deluse da una parte e, contemporaneamente, da un’incrollabile fede nel perseguire i propri obiettivi esistenziali, coincidenti con visioni sul futuro globale decisamente agli antipodi:
- il recupero dei due aviatori statunitensi del velivolo F-15E abbattuto sui cieli iraniani, venendo incontro alle numerose richieste pervenute, attraverso uno stralcio della versione ufficiale del Pentagono;
- due analisi sul conflitto redatte da Wissam Abu Shamala e da Alan Baker;
- un breve essay sulla sfida dell’islamismo di Moshe Dann.
Trump, Hegseth e Caine lodano il riuscito salvataggio degli aviatori abbattuti in Iran
Il Pentagono ufficialmente afferma che:
nel corso di una conferenza stampa tenutasi il 6 aprile alla Casa Bianca, il presidente Donald J. Trump, il segretario alla Guerra Pete Hegseth e il generale dell’aeronautica Dan Caine hanno elogiato il successo delle forze armate nel drammatico salvataggio di due aviatori avvenuto durante il fine settimana di Pasqua. Il caccia F-15E Strike Eagle dei due militari è stato abbattuto dalle forze nemiche in Iran il 3 aprile, mentre era impegnato in un’operazione a supporto dell’Operazione Epic Fury.
“Questa è stata una delle nostre migliori Pasque…
Trump ha descritto la sua decisione di avviare l’operazione, definendola “rischiosa” perché avrebbe messo a repentaglio la vita di un numero significativo di militari statunitensi.
“Durante questo fine settimana di Pasqua, le forze armate statunitensi hanno dimostrato ancora una volta perché possediamo la più grande forza combattente…” ha dichiarato Hegseth.
Caine ha spiegato che, poco dopo l’abbattimento dell’F-15, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha attivato il recupero del personale.
Una forza di soccorso composta da 21 velivoli, tra cui A-10 Thunderbolt, KC-130, HH-60W Jolly Green II e forze speciali, si è addentrata in territorio nemico per localizzare e recuperare gli aviatori.
“Nelle ore successive, la task force di ricerca e soccorso è entrata in territorio iraniano… sotto il fuoco nemico“, ha spiegato Caine.
Trump ha affermato che la prima ondata è riuscita a localizzare il pilota, recuperandolo nonostante il fuoco nemico.
Il secondo aviatore, ferito, si trovava vicino alle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, ma è riuscito a sfuggire alla cattura.
La seconda missione ha incluso un’operazione di depistaggio per ingannare le forze del regime.
Il presidente ha infine dichiarato che l’F-15 è stato l’unico velivolo abbattuto dall’inizio dell’Operazione Epic Fury.
“Il giorno dopo la guerra” – Cambiamenti strategici
Giunta alla sesta settimana di guerra contro l’Iran, ciò che era stato previsto è ormai evidente.
La guerra non si è rivelata così rapida, decisiva e incisiva come Donald Trump e Benjamin Netanyahu avevano immaginato.
L’attacco iniziale non ha portato a un cambio di regime né a un vuoto di potere. La popolazione iraniana non si è rivoltata; al contrario, si è verificata una mobilitazione contro l’aggressione.
Quella che era iniziata come una guerra per rovesciare il regime si è trasformata in una lotta per il controllo dello Stretto di Hormuz.
La guerra potrebbe essere ricordata come un punto di svolta nel declino del potere americano e dei suoi alleati, in particolare Israele.
La guerra si è rivelata non un conflitto circoscritto, come inizialmente ipotizzato a Washington e Tel Aviv, ma un conflitto con ampie ripercussioni regionali e globali. Al di là della sua dimensione militare immediata, i suoi esiti plasmeranno gli equilibri di potere in Medio Oriente, influenzeranno il controllo delle rotte commerciali ed energetiche e contribuiranno alla riconfigurazione dell’ordine globale in un contesto di crescente competizione tra le grandi potenze. In questo confronto, gli attacchi statunitensi e israeliani hanno preso di mira le capacità militari dell’Iran, sebbene l’entità dei danni rimanga incerta. Tuttavia, la continua capacità dell’Iran di colpire obiettivi americani e israeliani a distanze di circa 2.000 chilometri, utilizzando missili balistici e droni, alcuni dei quali sono riusciti a penetrare sistemi di difesa aerea avanzati, smentisce le affermazioni sulla quasi totale distruzione delle sue capacità. Analogamente, l’abbattimento di diversi aerei americani mette in discussione le affermazioni di pieno controllo dello spazio aereo iraniano. La continua capacità dell’Iran di influenzare il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz getta inoltre dubbi sulle affermazioni relative alla distruzione delle sue capacità navali.
L’Iran ha dimostrato una capacità costante nella produzione di missili, nella guerra con i droni e nelle infrastrutture nucleari. Nonostante le narrazioni di un totale declino, le sue forze continuano a mostrare significative capacità difensive e offensive, nonché un controllo operativo, anche dopo più di sei settimane di guerra. L’incapacità di raggiungere una rapida soluzione sembra spingere Washington verso un coinvolgimento più profondo. Ciò include le minacce di un’operazione di terra contro l’isola di Kharg, un nodo cruciale per le esportazioni di petrolio iraniano, e i rinnovati sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa il 20% delle forniture globali di petrolio. Queste mosse suggeriscono un tentativo di affermare un più ampio controllo strategico sui flussi energetici regionali.
Per gli Stati Uniti, Israele e Iran, la guerra riguarda la definizione del panorama strategico dell’ordine postbellico. Nel contesto della competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia — entrambe con forti legami economici e militari con l’Iran — il confronto si estende oltre il livello regionale. Si inserisce in una lotta più ampia per la leadership globale.
Qualora gli Stati Uniti non riuscissero a sconfiggere l’Iran, l’esito potrebbe accelerare l’erosione del dominio globale americano, rafforzando al contempo la posizione regionale di Russia, Cina e Iran. Per Israele, l’obiettivo primario rimane la distruzione delle capacità nucleari e missilistiche dell’Iran, nonché lo smantellamento della sua rete di alleanze regionali, sia attraverso un cambio di regime sia rendendo lo Stato iraniano disfunzionale. La strategia israeliana presuppone che la sopravvivenza del regime iraniano gli consentirà di ricostruire e sviluppare ulteriormente le proprie capacità. Alcuni analisti ipotizzano che la futura leadership in Iran potrebbe riconsiderare le attuali restrizioni religiose sullo sviluppo di armi nucleari.
Gli Stati Uniti, tuttavia, considerano il conflitto in una prospettiva geopolitica più ampia. Il loro obiettivo non è semplicemente neutralizzare una minaccia alla sicurezza, ma rimodellare la posizione dell’Iran all’interno del sistema internazionale, potenzialmente sostituendo un regime ostile con uno allineato agli interessi statunitensi.
Ciò implicherebbe l’allontanamento dell’Iran da Cina e Russia e la sua integrazione in un ordine economico e politico guidato dagli Stati Uniti. A tal fine, Washington sembra valutare un passaggio dalla pressione militare a un approccio economico globale volto a imporre concessioni incondizionate.
Tuttavia, gli indicatori attuali non avvalorano queste ipotesi. Al contrario, l’Iran sembra preparato a una guerra di logoramento, senza mostrare alcun segno di capitolazione.
Dopo sei settimane di guerra, persino negli ambienti americani e israeliani si riconosce sempre più che gli obiettivi chiave non sono stati raggiunti. Il governo iraniano rimane intatto, conserva il controllo e non si trova di fronte ad alcuna alternativa interna credibile. L’Iran continua l’arricchimento dell’uranio, i lanci di missili persistono e la sua influenza sullo Stretto di Hormuz rimane significativa. Nel frattempo, il conflitto si sta espandendo su più fronti regionali — tra cui Libano, Iraq, Yemen e Golfo — mentre le conseguenze economiche e geopolitiche si intensificano.
L’opposizione alla guerra negli Stati Uniti è in crescita, parallelamente al calo di popolarità di Trump in vista delle elezioni di medio termine.
La visione originaria di Stati Uniti e Israele era quella di realizzare un cambiamento strategico decisivo: sostituire il regime iraniano, indebolire i legami con Russia e Cina e consolidare il ruolo di Israele come potenza centrale in un ordine regionale guidato dagli Stati Uniti. Tuttavia, la resilienza dell’Iran — a livello militare, politico e sociale — ha finora ostacolato il raggiungimento di questi obiettivi. Ciò lascia Washington con due opzioni difficili: una ritirata strategica senza risultati concreti oppure un’escalation verso una guerra regionale prolungata.
Entrambe le opzioni comportano costi significativi e non riescono a realizzare la trasformazione strategica auspicata.
A livello globale, la percezione del potere americano potrebbe indebolirsi, incoraggiando potenzialmente la Cina nell’Asia orientale e spingendo la Russia a espandere le proprie ambizioni in Ucraina.
A livello regionale, il prestigio di Israele potrebbe diminuire, mentre gli Stati del Golfo potrebbero riconsiderare la loro dipendenza dagli Stati Uniti e il loro allineamento con Israele, soprattutto alla luce di una guerra che ha messo in evidenza le loro vulnerabilità. Una guerra fallimentare contro l’Iran potrebbe quindi segnare un punto di svolta, riducendo le prospettive di normalizzazione e rafforzando la percezione di instabilità regionale.
In uno scenario del genere, gli Stati del Golfo potrebbero mettere in discussione il valore strategico delle basi militari americane, aprendo la strada a un riallineamento regionale e a nuovi dialoghi strategici tra potenze come Iran, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto.
https://www.almayadeen.net/articles
Legge, politica e ipocrisia: la risposta globale al conflitto con l’Iran
Quando gli Stati Uniti e Israele lanciarono attacchi coordinati contro la Repubblica islamica dell’Iran nelle operazioni “Epic Fury” e “Roaring Lion” il 28 febbraio 2026, i critici negli Stati Uniti, in Europa e altrove affermarono che non vi era alcuna minaccia imminente, mettendo in discussione il presupposto della campagna militare. Il Guardian definì gli attacchi una guerra illegale. Gli analisti della Brookings Institution li definirono una “guerra di scelta”. Il 17 marzo 2026, Joe Kent dichiarò che l’Iran non rappresentava una minaccia imminente, suggerendo pressioni da parte di Israele.
Il coro di critici che accusavano Israele di condurre una “guerra illegale” e di trascinare gli Stati Uniti era tanto inevitabile quanto prevedibile.
Le motivazioni politiche — tra diffidenza verso Israele e ostilità verso Trump — rendono tali critiche, secondo questa lettura, inautentiche e insincere. Ciò è dimostrato anche dalla esitazione dei Paesi europei a cooperare in quella che definiscono una “guerra inutile”, nonostante i loro interessi strategici.
Violazioni della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale
Pertanto, il Segretario generale delle Nazioni Unite, Guterres, accompagnato da un gruppo di esperti di diritto internazionale, attivisti pacifisti, politici, giornalisti e ONG, si è sentito in dovere di esprimere le prevedibili riserve sull’azione congiunta Usa-Israele contro l’Iran, sostenendo che violi la disposizione della Carta delle Nazioni Unite contro l’uso della forza nei confronti dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica dell’Iran. La necessità di mascherare critiche di parte, generate politicamente, con il pretesto del diritto internazionale le rende ancora più ciniche e superficiali, minando al contempo lo stesso diritto internazionale che si cerca di proteggere.
Pretendere seriamente che Stati Uniti e Israele attendano un attacco armato preventivo, come previsto dall’articolo 51 della Carta, prima di rispondere a una minaccia immediata e potenzialmente nucleare, e aspettarsi che si rivolgano al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ad altri meccanismi diplomatici, è indice della mentalità ingenua, miope e chiusa che prevale nella mente del Segretario generale delle Nazioni Unite e degli altri critici.
Minacce iraniane
Basta osservare le minacce apertamente dichiarate dall’Iran contro gli Stati Uniti e quelle di annientare Israele, così come lo sviluppo delle capacità nucleari iraniane, per rendersi conto della portata di tali minacce. Gli esempi concreti di aggressione iraniana, come il lancio di missili contro Israele e l’uso attivo di gruppi terroristici per procura, quali Hamas, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen, rappresentano ampie prove della continua aggressività e del terrorismo iraniano. Chiaramente, alla luce del pericolo immediato rappresentato dalle minacce missilistiche, nucleari e terroristiche iraniane, l’applicazione della disposizione della Carta delle Nazioni Unite risultava giuridicamente inappropriata in circostanze che coinvolgevano una minaccia nucleare e missilistica, poiché non affrontava né teneva adeguatamente conto di queste specifiche problematiche di sicurezza.
Altre accuse
Inoltre, le curiose e fuorvianti accuse provenienti da fonti intrinsecamente di parte sono intese a soddisfare le motivazioni politiche di coloro che le formulano, secondo le quali:
La guerra è una “guerra di scelta” piuttosto che una valida applicazione del diritto consuetudinario di autodifesa.
Non c’è stato alcun “attacco armato” iraniano né alcuna minaccia imminente.
Non esisteva una reale minaccia o un rischio nucleare, e Israele ha delineato un rischio esistenziale e nucleare, accettato dagli Stati Uniti, senza una giustificazione indipendente.
Non c’era nessun “ticchettio dell’orologio”.
Non c’era alcun elemento di immediatezza.
Israele ha attuato una manipolazione dell’intelligence volta a ingannare gli Stati Uniti, alterando ed esagerando i dati di intelligence.
Si tratta di accuse infondate, prive di qualsiasi base fattuale o legale, che ignorano deliberatamente l’imminenza e la pericolosità intrinseca della minaccia iraniana.
Reato di aggressione
L’assurda affermazione, avanzata da autorità accademiche europee e funzionari delle Nazioni Unite, secondo cui si tratterebbe di un “crimine internazionale di aggressione di portata estrema”, è altrettanto indicativa di una visione ristretta, parziale e miope, che sceglie di considerare l’aggressione in modo selettivo, senza conoscere le diverse definizioni di aggressione accettate dal diritto internazionale e senza tenere conto della natura sui generis, del pericolo imminente e della portata incommensurabile delle minacce nucleari e terroristiche iraniane.
Violazione della Costituzione degli Stati Uniti
L’affermazione, avanzata da critici e politici statunitensi, secondo cui l’azione dell’amministrazione contro l’Iran non avrebbe avuto l’autorizzazione del Congresso, ignora il fatto che la Costituzione consente effettivamente all’amministrazione di agire per legittima difesa contro minacce imminenti percepite e per proteggere le truppe statunitensi e gli alleati degli Stati Uniti da eventuali attacchi da parte delle forze di sicurezza nazionali iraniane.
L’affermazione secondo cui vi sarebbe stata una “violazione della buona fede” nell’avvio della guerra durante le negoziazioni attive tra Stati Uniti e Iran è selettiva e ingenua, in quanto ignora deliberatamente il fatto che l’Iran ha violato gravemente qualsiasi criterio di buona fede nei negoziati, continuando al contempo a completare i preparativi per dotarsi di armi nucleari.
Il concetto di “buona fede” o “bona fides” è un principio reciproco e vincolante per tutte le parti. Quando l’Iran afferma di negoziare mentre si prepara ad attaccare, e quando cerca di negoziare la fine della guerra mentre, allo stesso tempo, ordina agli Houthi in Yemen di bombardare Israele con missili, qualsiasi pretesa di bona fides perde credibilità.
Violazioni del diritto internazionale umanitario
Le accuse generiche mosse da ONG umanitarie e critici contro Israele e gli Stati Uniti, che parlano di punizioni collettive, attacchi sproporzionati contro infrastrutture civili, blocchi e tattiche d’assedio, sembrano essere reazioni impulsive basate su una conoscenza inadeguata dei fatti.
Le politiche di individuazione degli obiettivi sia di Israele sia degli Stati Uniti sono in stretta conformità con i principi del diritto internazionale umanitario e mirano a neutralizzare e distruggere obiettivi militari, tattici e strategici legittimi che servono alla macchina bellica iraniana e consentono al regime jihadista iraniano di perseguire i propri scopi.
Attività illecite in Iran: attacchi contro i civili
Ciò è in netto contrasto con le politiche di attacco dell’Iran e dei suoi alleati, Hezbollah e gli Houthi, i cui attacchi deliberati e indiscriminati contro la popolazione civile e i centri commerciali in Israele e negli Stati del Golfo violano i principi consolidati del diritto internazionale umanitario, in particolare il divieto di colpire civili e obiettivi civili come mezzo di terrore.
L’uso delle armi a grappolo
L’uso dichiarato da parte dell’Iran e del suo alleato Hezbollah di armi a grappolo contro concentrazioni di civili in Israele e negli Stati del Golfo costituisce una chiara violazione del diritto internazionale che vieta l’impiego di tali armi, inclusa la Convenzione internazionale sulle armi a grappolo.
Illegalità iraniana: il blocco dello Stretto di Hormuz
Il blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran costituisce una chiara violazione del diritto internazionale relativo al libero passaggio inoffensivo e di transito negli stretti internazionali, come sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982. Il fatto che il Segretario generale delle Nazioni Unite, in quanto depositario di tale Convenzione, non abbia trovato motivo di criticare l’Iran per averla violata e preferisca concentrare le sue critiche su Israele,
Conclusione
Nell’attuale contesto internazionale, non è raro che Israele venga regolarmente accusato di agire illegalmente, a prescindere da ciò che faccia o non faccia. Anzi, accusare Israele di agire illegalmente sembra essere diventata una moda. Le motivazioni, per quanto illogiche e inconsistenti, sono molteplici e derivano spesso da orientamenti politici, religiosi o nazionali. Raramente soddisfano criteri empirici e, pertanto, non possono essere considerate giudizi accurati di effettiva legalità o illegalità. La convinzione diffusa è che qualsiasi azione intrapresa da Israele sia, per definizione, illegale, mascherata da richiami al diritto e alla prassi internazionale.
Quando Israele ha reagito al massacro del 7 ottobre 2023, con oltre mille cittadini uccisi dai terroristi di Hamas e il sequestro di centinaia di ostaggi, entrando nella Striscia di Gaza per contrastare la minaccia terroristica, è stato — e continua a essere — accusato di aver perpetrato un genocidio contro la popolazione palestinese. Tale accusa ha ricevuto una forma di legittimazione internazionale da attori come il Sudafrica, sostenuto dall’Iran e da altri Stati, che ha portato il caso davanti alla Corte internazionale di giustizia. La narrazione secondo cui Israele starebbe commettendo un genocidio è così diventata una formula ricorrente nel linguaggio internazionale.
Se un’accusa di questo tipo può essere accettata con tale rapidità dalla comunità internazionale, allora risulta evidente che, di fronte a una minaccia esistenziale rappresentata da un regime iraniano che sostiene il terrorismo jihadista e mira alla distruzione di Israele, qualsiasi azione preventiva di Israele e degli Stati Uniti venga automaticamente etichettata come illegale.
Il cinismo e l’ipocrisia dei critici della guerra appaiono tanto prevedibili quanto insinceri.
https://jcfa.org/law-politics-and-hypocrisy-the-global-response-to-the-iran-conflict-2/
La sfida dell’islamismo
Dopo la sconfitta militare e politica del regime iraniano e dei suoi alleati, la prossima guerra sarà anche una guerra ideologica. Non si combatterà solo con le armi, ma con parole, linguaggio e visioni del mondo, contro un’ideologia definita come islamismo, intesa come progetto di dominio globale.
Per molti islamisti, la radice dell’ostilità risiede nell’interpretazione del Corano e nel rapporto con i non musulmani. La battaglia si configura quindi come uno scontro per i cuori e le menti, tra visioni contrapposte del Medio Oriente: una basata su tolleranza e sviluppo, l’altra su totalitarismo religioso.
Una questione centrale riguarda il sostegno al wahhabismo e ai Fratelli Musulmani, diffuso in moschee e scuole. Le insurrezioni islamiste alimentano instabilità e violenza, soprattutto in Africa, con casi rilevanti in Sudan e Nigeria. Secondo fonti citate dal Jerusalem Post, l’Iran e reti islamiste operano attraverso organizzazioni benefiche e cellule dormienti nei Paesi occidentali.
Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha segnalato che diverse false ONG finanziano il braccio armato di Hamas, alcune con base in Turchia, come Hayat Yolu, collegata ai Fratelli Musulmani.
Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che Hamas continua a finanziare il terrorismo sfruttando tali reti. Ciò solleva interrogativi sulla mancata risposta dei governi e sul ruolo dei leader musulmani.
Sebbene l’Islam sia una religione monoteista, alcune correnti rifiutano il dialogo con ebraismo e cristianesimo. In alcune interpretazioni estreme, atti come violenza e atrocità vengono giustificati contro i cosiddetti “nemici dell’Islam”.
Molti studiosi musulmani moderati restano in silenzio per timore, ma il loro ruolo è considerato fondamentale per offrire un’alternativa umanitaria e spirituale. Il terrorismo colpisce in modo sproporzionato anche i musulmani, rendendo necessario un impegno comune per una coesistenza pacifica.
Il problema centrale resta l’influenza crescente di una ideologia radicale globale, difficile ma non impossibile da contrastare, come dimostrato da precedenti storici quali la trasformazione di Germania Ovest e Giappone dopo la Seconda guerra mondiale.
I leader e gli studiosi musulmani contrari all’islamismo radicale devono essere sostenuti. Il fenomeno è visto come una questione interna al mondo musulmano.
Le religioni, in questa prospettiva, dovrebbero promuovere verità, etica e pensiero critico, non odio o fanatismo. L’odio religioso viene definito come una forma di idolatria.
Senza un’alternativa all’islamismo e al palestinesismo, si rischia — secondo questa lettura — un’espansione ideologica che minaccerebbe la civiltà occidentale, evocata anche nella narrativa di Hamas come “inondazione di Al-Aqsa”.
La domanda finale resta aperta: come contribuire a un mondo migliore?
https://jstribune.com/the-challenge-of-islamism/
Conclusione
Desidero lasciarvi con le parole di Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera:
Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è chi ama la ricerca della verità più della verità stessa.
Vi auguro l’eresia dei fatti, l’eresia dell’etica, della coerenza, del coraggio, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri,
chi si ribella al sonno delle coscienze e alle ingiustizie.
Eretico è chi rifiuta il cinismo e l’indifferenza,
chi crede che solo nel noi l’io trovi compimento.
Eretico è chi ha il coraggio di avere ancora più coraggio.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani




