Nella Calabria devastata dai cicloni la gente aspetta gli aiuti promessi
L’apocalisse Jolina ha sparso altro sale sulle ferite di una Calabria sempre più disfatta, debole, cadente. Una terra sospesa da mesi tra il cielo e l’inferno, dove la cronaca sembra avere smesso di raccontare la vita quotidiana per limitarsi a registrare allerte meteo, tempeste mediterranee e bilanci di danni. Tanti danni. Prima di Jolina erano stati Harry, Ulrike, Nils e Pedro a colpire con violenza la regione, lungo i suoi litorali e nelle sue aree interne, cancellando metri di costa, trasformando fiumi in minacce e strade in trincee di fango.
I cicloni hanno colto in flagrante le fragilità di una terra che non ha mai brillato come modello di prevenzione. La Calabria devastata dall’acqua e dal fango mostra le cicatrici di uno schema di sviluppo che ha riscritto la geografia del territorio con il cemento. Negli ultimi vent’anni, ciò che avrebbe dovuto custodire paesaggi e storia è diventato un laboratorio permanente di abusivismo. Colate di calcestruzzo hanno sostituito la pianificazione, spesso con la complicità di norme permissive e piani regolatori piegati alle pressioni di una crescita effimera. Così il clima estremo ha trovato una terra già esposta, vulnerabile, incapace di difendersi perché ha abdicato alla prevenzione.
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