Marche

Altare profanato, ripulita la chiesa. «Colpiti per la violenza e il sangue»

FANO «La comunità monastica ringrazia di cuore tutti coloro che le sono stati vicini con un pensiero, una preghiera, un messaggio. L’eremo riapre le sue porte pronto ad accogliere nuovamente ospiti e visitatori». Con questo post sui social, pubblicato ieri mattina, i monaci camaldolesi di Monte Giove cercano di girare pagina dopo la profanazione della chiesa e delle reliquie di San Valerio. Sabato scorso l’altare del Sacramento è stato oggetto di un atto vandalico che ha gettato nella costernazione tanto i monaci che risiedono nell’eremo quanto i fedeli che sono soliti frequentare il luogo di culto. Per riparare i danni subiti, comunque, la chiesa sarà riaperta solamente giovedì prossimo, con il consueto orario dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18.

L’incursione

Si ritiene che sia stato proprio durante l’orario di chiusura del mezzodì, prima che intorno alle 15.30 alcuni fedeli entrassero in chiesa scoprendo lo scempio, che l’estraneo o gli estranei abbiano devastato l’altare, spargendo a terra un rilevante quantitativo di sangue umano contenuto presumibilmente in una sacca, e prelevando da una antica teca in legno riposta in un sarcofago in marmo le reliquie di San Valerio.

Quanto accaduto ha inciso profondamente sulla sensibilità dei monaci.

«Siamo rimasti profondamente colpiti – ci ha confidato padre Marino Mazzola, priore dell’eremo camaldolese – per la violenza con la quale è stato devastato l’altare del Sacramento e per come appariva il pavimento sporco di sangue. Abbiamo ripulito tutto, anticipando le pulizie pasquali. Rimane da riparare la grata in ferro battuto che è stata infranta con l’obiettivo di rimuovere dall’altare le reliquie del santo sparse a terra che ora recuperate sono state messe al sicuro in sacrestia». Ci vorrà l’intervento di un buon artigiano esperto nella lavorazione del ferro e dei materiali lapidei per riparare il danno che è stato arrecato. Non è chiaro se alcuni frammenti ossei del santo siano stati sottratti, come era stato comunicato in un primo momento. Si tratta di reliquie conservate da tempo immemorabile nell’eremo di Monte Giove, che risale all’inizio del 1600 quale frutto di una donazione della nobile famiglia Gabrielli, per cui si è persa la memoria di chi tra i non pochi santi che portano il nome di Valerio sia quello a cui appartengono i resti conservati nella chiesa. Si propende per un martire proveniente dalle catacombe romane, ma non c’è certezza. Nemmeno i cartigli in latino conservati insieme alle reliquie sono stati d’aiuto in quanto, invece di rivelare note biografiche e l’identità del santo, descrivono le ossa e la loro appartenenza al corpo umano.

I primi sospetti

I primi sospetti sull’autore di un atto tanto inspiegabile quanto scellerato sono caduti su un giovane ucraino visibilmente alterato che venerdì scorso aveva chiesto ospitalità all’eremo. Il suo stato mentale non appariva rassicurante: farneticava, appariva esaltato tanto da indurre i monaci a non ospitarlo. Tra l’altro sono significative per le indagini svolte dai carabinieri le tracce rinvenute all’interno della chiesa, come un’icona di tipo ortodosso e il messale in carattere cirillico per il quale si deve appurare se la lingua usata sia il russo o l’ucraino.

Gli inquirenti, tuttavia, non trascurano altre piste, cercando di individuare soprattutto la provenienza di quel notevole quantitativo di sangue che è stato sparso nel pavimento e che ha contribuito a dare un aspetto sconvolgente al luogo sacro. Al momento non ci sono segnalazione di furti nei centri trasfusionali, quindi le ipotesi sondano luoghi e circostanze di prelievo non poco inquietanti.




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