Di padre in figlia: il Calendario Pirelli ritrae la vera India
«Quando abbiamo cominciato il lavoro, stavamo costruendo qualcosa che mio padre Raghu Rai chiamava spesso past forward, passato-futuro. Il passato era il corpus di lavori inediti che aveva realizzato negli ultimi 60 anni. Il futuro, invece, era il presente: un cast trovato per strada, gente reale che incontrava camminando per il Paese. Inizialmente lo facevamo in studio perché a causa della malattia lui non riusciva a muoversi molto. Poi le cose sono cambiate, e sento che è stata una specie di intervento divino. Come se papà mi avesse detto: “Tieni, ora fallo tu, e fallo bene”».
L’edizione 2027 del Calendario Pirelli verrà ricordata come quella dei debutti. La prima volta con protagonista l’India, una nazione-mondo tanto vasta, diversa e stratificata, praticamente impossibile da raccontare in pochi scatti. La prima in cui la produzione ha scelto di intrecciare due sguardi diversi per provenienza e cultura fotografica: quello per molti versi alieno di Sølve Sundsbø, norvegese specializzato in immagini di moda, già autore dell’edizione 2026; quello più intimamente indiano di Raghu Rai, storico fotoreporter dell’agenzia Magnum improvvisamente scomparso ad aprile, dopo pochi giorni di lavorazione.La prima, infine, in cui nel più storico e sofisticato prodotto di marketing di Pirelli affiora, seppur in filigrana, il personale passaggio di testimone artistico tra un padre e una figlia, Avani Rai.

Da tutto questo è nato un progetto giocato tra moda e strada in cui, agli scatti che ritraggono talent femminili simbolo del subcontinente si affiancano tanti volti comuni. Nove i nomi noti: dalla giovanissima Bhavitha Mandava, prima modella indiana nominata ambasciatrice della maison Chanel, alla star televisiva Padma Lakshmi, che ha mosso i primi passi sugli schermi italiani degli anni Novanta, dall’attrice Freida Pinto ad Anoushka Shankar, musicista figlia del sitarista Ravi Shankar, passando per la stessa Avani Rai che, in questo continuo gioco di specchi, ha posato per l’obiettivo dal collega norvegese. I ritratti street sono stati ambientati sullo sfondo di una Old Delhi pittoresca, ancorché minacciata su vai fronti: vuoi dall’impennata nazionalistica indiana, come i quartieri a ridosso della grande moschea Jama Masjid, vuoi dal boom economico che mette in pericolo anche i luoghi emblematici di epoca più recente, come il vecchio Delite Cinema, sala storica sul cui schermo continua ad andare in scena l’immensa produzione bollywoodiana.

La scommessa non è stata soltanto estetica. Raccontare l’India in un’epoca in cui la sensibilità sul politicamente corretto rischia di incagliarsi nelle secche del moralismo woke, significa muoversi su un terreno minato per un calendario che porta sulle spalle più di 60 anni di immaginario legato al corpo femminile. Sundsbø non elude la questione: «In qualche modo si ricade sempre nel cliché, l’ho fatto anch’io consciamente o meno, non posso dire di no. L’unico accorgimento che posso usare è un mantra lavorativo che adotto con tutte le donne che ritraggo: se tu non sei contenta della foto, non ne sono contento neanche io».

La nazione oggi guidata da Narendra Modi e dal partito conservatore Bharatiya Janata Party è sensibile al tema dell’appropriazione culturale. «Sono un ospite, un turista, e non fingerò di essere altro», conclude il creativo. A ben vedere, la partita più delicata, il confronto con un padre monumentale, l’ha giocata Avani Rai. E ha dovuto combatterla da sola. «Sin da bambina, facevo prima la foto che pensavo papà avrebbe voluto che scattassi, poi quella che volevo scattare io. In questo modo esaurisco sia il peso del suo sguardo sia quello del mio», spiega. Resta, sotto la superficie patinata del progetto, il tema dell’assenza. «Quando avevo più o meno 20 anni lui mi ha detto: “Se vuoi fare la fotografa, metti un razzo sotto al sedere, vola e non tornare. Ma se vuoi essere la mia bambina, torna a casa, e io ti darò amore ogni giorno come a una figlia”». Poi lei ha cominciato a volare. E lui, negli ultimi giorni di vita, le ha fatto una confidenza che ha il suono di una conferma: «Ok, ora lo so, sei volata abbastanza lontano”».
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