Guerra in Medio Oriente, rincari e timori per l’economia: imprese e agricoltura in allarme in Calabria
L’eco dello scontro in Medio Oriente non resta confinato nel perimetro geografico della guerra ma vibra di tensioni nelle reti elettriche, nelle stazioni di rifornimento, nelle casse dei supermercati. Il prezzo del gas e della luce si tende come una corda troppo tirata, i carburanti salgono con scatti improvvisi: venti centesimi in più al litro in quarantotto ore. Non è un dettaglio tecnico, è un sintomo di una nuova crisi. La curva dei rincari disegna già l’ombra di una primavera difficile. E in una regione fragile come la Calabria, dove la logistica è quasi interamente su gomma e l’energia pesa come un macigno sui bilanci aziendali, l’onda lunga dell’economia di guerra rischia di diventare risacca. Le piccole e medie imprese (che rappresentano l’economia calabrese) sono le più esposte: ogni oscillazione del Brent, ogni tensione nello Stretto di Hormuz si traduce in costi vivi, in margini che si assottigliano, in investimenti rinviati.
«La grande preoccupazione per la Calabria è che possa esserci un rallentamento negli scambi nei mercati dell’area del Mediterraneo su cui, invece, negli ultimi anni avevamo recuperato terreno», avverte Aldo Ferrara, presidente di Unindustria Calabria. «Il clima che si respira è di inquietudine, ciò che sta avvenendo in Medio Oriente non può che creare grande apprensione. Peraltro, tutto ciò accade in un quadro internazionale reso complesso dai tanti conflitti in corso, che hanno già determinato conseguenze sui mercati finanziari ed economici internazionali, non da ultimo il tema dei dazi».
Il nodo energetico e lo Stretto di Hormuz
Ferrara richiama la geografia strategica del petrolio: «L’Iran è tra i primi dieci produttori di petrolio ma soprattutto controlla lo stretto di Hormuz, dove transita più di un quinto, il 20%, dell’offerta petrolifera mondiale. È chiaro che questo inevitabilmente produce uno choc sull’offerta e sul prezzo del petrolio, provoca oscillazione e volatilità su tutti gli altri mercati». E aggiunge: «Qualora il conflitto durasse poco anche gli effetti sarebbero contenuti. Contrariamente, se dovesse prolungarsi e regionalizzarsi, si avrebbero inevitabilmente ripercussioni in campo energetico. Siamo un Paese prevalentemente manifatturiero, privo di materie prime. Quella energetica rappresenta una delle principali voci di costo».
Il timore è che si interrompa una traiettoria faticosamente costruita: «Dal 2021 abbiamo raddoppiato l’export e proprio in quell’area avevamo iniziato a guardare con interesse puntando a una stabilizzazione della crescita nei settori dell’agroalimentare, della meccanica e dei prodotti chimici. Speriamo che i risultati non vengano vanificati».
Le preoccupazioni del commercio
Anche il terziario osserva con inquietudine. Klaus Algieri, presidente regionale di Confcommercio, mantiene un tono misurato ma fermo: «Il quadro attuale non è allarmistico, ma richiede consapevolezza: l’instabilità internazionale sta generando un effetto moltiplicatore dei costi che, in una realtà economicamente fragile come la Calabria, merita un monitoraggio costante». Poi entra nel merito: «Siamo passati in poche settimane da una fase di relativa stabilizzazione a un nuovo scenario di incertezza, che si riflette soprattutto sui costi energetici e sulla logistica».
Le stime parlano di carburanti tornati sopra i 2,10 euro al litro, con incrementi settimanali tra il 5 e il 7 per cento. «In una regione come la nostra, dove la quasi totalità delle merci viaggia su gomma, questo si traduce immediatamente in un aumento dei costi di trasporto», osserva Algieri. «Anche sul fronte dell’energia si registrano nuove tensioni: nel mercato libero si osservano oscillazioni fino al +12% sui contratti a prezzo variabile». E avverte: «Guardiamo con attenzione anche alla stagione turistica alle porte: eventuali incrementi dei costi dei trasporti potrebbero influire sulla percezione di competitività della nostra regione».
L’allarme dal settore agricolo
Nelle campagne la preoccupazione è ancora più concreta. Franco Aceto, presidente regionale di Coldiretti, parla di un rischio sistemico: «Purtroppo, il rischio di un nuovo shock energetico è concreto. Dalla guerra tra Russia e Ucraina ci portiamo ancora dietro aumenti che non sono mai rientrati: negli ultimi quattro anni i fertilizzanti hanno registrato un +46% e l’energia un +66%».
L’agricoltura, già provata, teme l’effetto domino: «Prevediamo ulteriori rincari sul fronte energetico, su quello dei fertilizzanti e su quello dei concimi chimici. Dalle aree del nuovo conflitto proviene oltre il 25% della disponibilità globale e più del 33% dei fertilizzanti utilizzati nel mondo: eventuali interruzioni avrebbero un impatto diretto sia sui costi sia sulla disponibilità dei prodotti».
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