Ambiente

Se l’arte italiana non arriva nemmeno a Venezia

Sono stati annunciati i nomi degli invitati alla Biennale di Venezia 2026. Centoundici artisti chiamati a rappresentare il mondo In minor keys come indicato dalla curatrice Koyo Kouoh, prima di lasciarci prematuramente. Tra loro nessun italiano. Questa è la notizia.

Se non altro perché – ad eccezione della particolare edizione del 1999 curata da Szeeman, in cui mostra internazionale e Padiglione Italia si fusero – non risultano altri esempi di una assenza tanto smaccata ed evidente nella centenaria storia della nostra più prestigiosa istituzione culturale. In passato, anche curatori che avevano dimostrato nei confronti dell’Italia un vero e proprio disinteresse (come fu il caso di Ralph Rugoff), cedettero a quel minimo di diplomazia che portò in Laguna due artiste di tutto rispetto, Favaretto e Carbotta.

Stavolta no. L’Italia non c’è. Tutta la responsabilità di rappresentarci è sulle spalle di Chiara Camoni nel padiglione nazionale (bisognerà rallegrarsi che almeno questo non sia stato eliminato!). Le faccio il mio più sincero in bocca al lupo.

Ma resta il fatto che, nella mostra internazionale non c’è alcun artista del nostro Paese (ospitante) per la prima volta nella storia.

A questo punto, potremmo accusare il team curatoriale che ha portato a compimento il disegno iniziale di Kouoh, d’esser stato scortese, poco attento a quella diplomazia che sempre è entrata nella rassegna veneziana. Potremmo anche notare che proprio nel momento in cui, in Italia, i “sovranisti” stanno al governo non riesca loro il compito elementare d’evitare una tale umiliazione del proprio paese. Potremmo anche notare che mentre i curatori argomentano su come, per la quarta volta consecutiva a Venezia, si debba guardare ai territori marginali, agli artisti poco rappresentati, alle aree del mondo vessate dalla storia, consegnino, poi, agli Stati Uniti d’America quasi il 30% delle partecipazioni. Ben 28 artisti contro i due o tre che rappresentano Paesi come Francia, Belgio, Germania, ma anche Libano, Kenya, Senegal o Ghana. Se calcoliamo, però, che anche diversi nomi provenienti dai Paesi “in minor keys”, vivono negli Stati Uniti, partecipando attivamente a quella scena culturale, la presenza a stelle e strisce (inclusi i tre artisti di Puerto Rico) sale a percentuali vertiginose. Questo per dire che va bene suonare le note in minore ma sempre a patto il pianoforte lo fornisca il produttore più potente. La filosofia, è importante per gli statement, ma il mercato è una cosa seria.


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