Sanremo? No, non lo paghi con il tuo canone
Ogni anno torna la stessa frase: “Sanremo lo paghiamo con il canone”. I dati economici, tuttavia, raccontano una realtà diversa. Non esiste ancora una cifra ufficiale definitiva comunicata dalla Rai sui costi puntuali dell’edizione 2026, ma le stime convergono su un ordine di grandezza chiaro: i costi diretti di produzione si attestano intorno ai 20 milioni di euro, includendo scenografia, allestimenti, produzione televisiva, cachet di conduttori e ospiti, logistica e personale.
A fronte di questa cifra, la raccolta pubblicitaria legata alle cinque serate è stimata in circa 70 milioni di euro, con alcune analisi che parlano di una forbice fino a 100 milioni considerando l’intero pacchetto sponsor e attività collegate. Solo la prima serata ha visto spot da oltre 200 mila euro per 30 secondi, con listini progressivamente modulati nelle serate successive tra 150 e 200 mila euro. Qui trovate proprio i listini. Il dato chiave è semplice: le entrate pubblicitarie superano di gran lunga i costi di produzione. Se si considera un costo organizzativo stimato tra i 20 e i 25 milioni, il margine lordo per la tv pubblica si collocherebbe attorno ai 50 milioni di euro. Sanremo, quindi, non è un costo a carico del canone: è l’asset televisivo più redditizio dell’anno per la Rai. Qui trovate una bella classifica degli spot legati a Sanremo.
Anche i compensi più discussi rientrano in questa logica economica. Carlo Conti dovrebbe percepire circa 600.000 euro, mentre i cachet di ospiti e co-conduttori – quest’anno tra cui Laura Pausini – si aggirano in genere tra 100.000 e 200.000 euro. Ai cantanti è riconosciuto un rimborso spese di 75.000 euro, in crescita rispetto ai 56.000 dell’edizione precedente. Tutte voci comprese nel budget produttivo già ampiamente coperto dalla raccolta pubblicitaria.
Se si allarga lo sguardo all’impatto complessivo, l’analisi di EY-Parthenon stima per il Festival 2026 un impatto economico totale di 252,1 milioni di euro, in crescita rispetto ai 245 milioni dell’anno precedente. Di questi, 101,9 milioni sono impatto diretto, 110,4 milioni indiretto lungo le filiere economiche e 39,8 milioni indotto. Il valore aggiunto generato (assimilabile al contributo al Pil) è pari a 95,9 milioni di euro, con l’attivazione di oltre 1.300 occupati equivalenti a tempo pieno. È importante però distinguere: questi 252 milioni non sono il guadagno della Rai, ma la ricchezza generata nell’economia italiana tra audiovisivo, marketing, ospitalità, servizi e fornitori.
Sul fronte strettamente televisivo, la componente economicamente decisiva resta quella della pubblicità e delle sponsorizzazioni. Le stime parlano di circa 70 milioni di euro di investimenti pubblicitari diretti, mentre la voce “pubblicità e marketing” attiva complessivamente 175,6 milioni di euro di valore della produzione grazie agli effetti moltiplicativi lungo la filiera. Il moltiplicatore economico è pari a 0,37: per ogni euro creato direttamente dal Festival, altri 37 centesimi si riversano nell’economia allargata, in un arco temporale che arriva fino a dodici mesi dopo la messa in onda. Alla luce di questi numeri, la narrativa secondo cui il Festival sarebbe “pagato dal canone” non trova riscontro nei dati economici disponibili. Il canone finanzia il servizio pubblico nel suo complesso. Sanremo, invece, si autofinanzia e genera un surplus rilevante.
✍️ Alan Conti




