U2 – Days Of Ash
Bisogna andarci piano quando si parla di U2, perché il loro lontano passato grida “assoluto rispetto“, ma, nello stesso tempo, gli ultimi anni ci hanno mostrato un gruppo in difficoltà nel riuscire a scrivere canzoni realmente importanti. Che siano una delle band più importanti degli ultimi 50 anni di musica non ho nessun problema a dirlo, ma che siano un po’ arrivati, a questo punto della carriera, come Franco Baresi negli ultimi anni del Milan, eh, mi viene altrettanto naturale esclamarlo.

Passano gli anni e molti fan sono sempre più disillusi su una possibilità da parte dei 4 di Dublino di rialzare la testa, ma nello stesso tempo c’è chi ancora non molla, c’è chi ha fiducia, chi si accontenta di vedere il nome “U2” sulla copertina e gli va bene qualsiasi cosa o chi, addirittura, trova gli ultimi episodi sicuramente inferiori ai classici degli anni 80 e 90 ma neanche così disastrosi e disastrati. Questo per dire che un gruppo così grande e “storico” non può che generare sentimenti contrastanti
Sta di fatto che, a sorpresa, la band piazza un EP che sembra voler cambiare le carte in tavola, perché, almeno nelle intenzioni, questi brani rappresentano la voglia e la necessità di buttare fuori rabbia, dolore e tensioni emerse da ciò che ci circonda: gli U2 che tornano a scrivere perché spinti da quello che il presente offre. Non possono che essere quindi, dei brani sentiti, urgenti, che arrivano dal cuore, certo, ma anche dalla pancia. In teoria, sulla carta, diciamo così. Detta così vi aspettate, ora, la classica frase “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare“, ma tutto sommato mi sento di dire che non sarebbe giusto. Questa volta, infatti, la teoria trova dei punti di contatto con la pratica.
Mi sono preso un po’ di tempo per scrivere. Inutile farlo a caldo, trascinati da pensieri, in effetti, fin troppo scontati di “Eh, ma non sono più quelli di Achtung Baby“, qui ci vuole un po’ di tempo e ci vogliono un po’ di ascolti. E alla fine trovo che alla sufficienza piena i nostri ci arrivano. Alti e bassi per l’amor di Dio, qualcosa funziona e qualcosa no, ma è innegabile che questa loro necessità di mettere emozioni in musica, abbia portato anche dei buoni frutti da una pianta che ultimamente pareva rinsecchita.
“American Obituary” è sicuramente arrabbiata, ma forse un po’ troppo levigata nei suoni, che avrei reso ancora più incazzosi. Continua a non convencermi affatto la produzione di Jacknife Lee. Forse ci voleva la manona santa di un Steve Lillywhite pronto a caricare al massimo la ritmica e i tamburi guerreggianti di Larry, invece, seppur potente, il brano mi rimanda a certi suoni degli U2 che non sopporto, tipo quelli di “Elevation” o “Vertigo”. Poi, oh, sia chiaro, qui stiamo parlando degli U2, che non è che tutto di colpo possono diventare i Sonic Youth o i Dinosaur Jr., parliamo comunque di una band che si rivolge a un certo tipo di pubblico e credo che, ora, nel 2026, fino a un certo livello voglia arrivare (sperimentazioni come “Achtung Baby” o “Zooropa” non ne vedremo più presumo). Morale della favola, non c’è l’intensità che potreste trovare in un disco come “War”, ma apprezzo lo sforzo, un po’ meno la linea melodica (e The Edge poteva fare qualcosina di più sulle chitarre): muscoli ok, ma per la melodia si poteva fare meglio di un corettone finale.
“The Tears Of Things” è, per quanto mi riguarda, il brano migliore. Testo ispirato, attento a Gaza, e una melodia che mi ha ricordato, in qualche punto, i Beatles di “Now and Then”, questo per dire che siamo proprio sul classico. Bono tiene bene anche andando sù e The Edge piazza un pregevole assolo che mi ha rimandato per un attimo ad “Acrobat”. Forse il brano è troppo lungo, quello sì.
“Song Of The Future” è davvero fin troppo leggera, anche qui un The Edge che non sembra sprecarsi più di tanto e una canzone che credo non rimarrà negli annali.
“Wildpeace” è una poesia dell’autore e poeta israeliano Yehuda Amichai.
“One Life At A Time” non mi dispiace. Qui Jacknife lavora di sottrazione, per mettere più in evidenza elementi singoli: voci all’inizio, poi la ritmica e la voce, poi l’assolo e ancora l’acustica e la voce con la batteria più bassa, salvo poi trovare una quadratura comune. Si parla di pace e la canzone non cerca l’impatto, ma è come se suggerisse che per arrivarci c’è bisogno che ognuno ci metta e valorizzi il suo pezzo, valorizzi quello che ha da dare. La melodia non è ancora memorabile, biasogna essere sinceri, e sicuramente in catalogo gli U2 avranno 100 pezzi migliori, ma, francamente non posso buttarla a mare così in scioltezza.
Quello che invece trovo veramente da buttare è “Yours Eternally”, in cui gli U2, musicalmente, perdono la trebisonda e inseguono i sogni da stadio spensierati e caciaroni dei Coldplay, in una canzone completamente innocua e senza pretese, di quelle per intenderci con il livello radiofonico accentuato al massimo e i furbissimi corettoni finali da mandare a memoria, ma decisamente senz’anima, senza alcuna distinzione o personalizzazione dalle mille canzonette di questo tipo buttate nella mischia da tantissimi autori e band per cercare la presa facile dell’ascoltatore medio. Intendiamoci…non c’è scritto da nessuna parte che gli U2 non possano fare un brano simile, così come non c’è nessun divieto per Bono nel voler seguire le orme disastrate di Chris Martin e soci, ma, appunto, se accade ci rimane l’amaro in bocca, peché canzoni simili non dicono realmente nulla.
A quanto sembra il prossimo album degli U2, atteso a fine 2026 avrà tutt’altro mood e approccio sonoro. Ok, restiamo quindi in attesa per capire quali carte saranno tenute e potenziate e quali saranno invece buttate. La mia speranza è che la strada che la band irlandese vorrà portare avanti non passi da canzoni come “Yours Eternally” e che, magari, ci si guardi intorno per un nuovo produttore.
Nel frattempo, beh, al 6,5, questa volta, ci siamo.
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