Piemonte

Il questore annulla i funerali di Domenico Belfiore, mandante dell’omicidio Caccia


Niente funerale in chiesa per Domenico Belfiore, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del procuratore Bruno Caccia. Il questore di Torino, Massimo Gambino, ha disposto un provvedimento d’urgenza con specifiche prescrizioni che impongono lo svolgimento della cerimonia in forma strettamente privata.

Le esequie si terranno alle 7 di domattina al cimitero di Chivasso. Cancellato anche il rosario previsto per il pomeriggio di oggi, 23 febbraio. La decisione è stata confermata anche in questura.

Belfiore, storico esponente della ’ndrangheta, è morto nei giorni scorsi all’ospedale di Chivasso all’età di 73 anni. Stava scontando l’ergastolo con condanna definitiva per essere stato il mandante dell’agguato costato la vita al procuratore Caccia, assassinato il 26 giugno 1983.

Sul caso è intervenuto Luigi Ciotti, fondatore di Libera, in un’intervista a La Stampa. Parole nette le sue: «Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera. È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?».

Secondo don Ciotti, un funerale in chiesa per chi «ha ucciso e non si è pentito» rappresenta non solo «un errore pastorale», ma «una ferita in più inferta ai familiari delle vittime». «Dice a chi ha perso un padre, una madre, un fratello per mano della mafia: “Il vostro dolore può essere messo da parte”. Dobbiamo chiedere scusa per questo», ha aggiunto.

Il fondatore di Libera ha poi richiamato la responsabilità delle comunità ecclesiali nei territori segnati dalla presenza mafiosa: «Essere Chiesa oggi in terra di mafia significa avere il coraggio della profezia, anche se scomoda. Il “mi faccio i fatti miei” è il miglior alleato delle mafie. Quando una comunità tace, quando un parroco sceglie la via più facile per non scontentare nessuno, si crea l’humus fertile per la sopravvivenza del male. Il funerale a Belfiore non è un caso isolato: è il sintomo di una zona grigia che ancora esiste».

La vicenda riaccende così il dibattito sul rapporto tra riti religiosi, ordine pubblico e responsabilità morale, soprattutto quando in gioco ci sono la memoria delle vittime di mafia e la sensibilità delle loro famiglie.


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