Puglia

Crac Banca Popolare di Bari, gli ex vertici Jacobini condannati

L’ex presidente della Banca popolare di Bari (oggi Banca per il Mezzogiorno), Marco Jacobini, suo figlio Gianluca nella sua qualità di vice direttore generale, altri 11 ex amministratori, tre ex sindaci e la società di revisione PwC, sono stati condannati dal tribunale civile di Bari a risarcire per un totale di 122 milioni di euro i danni della loro gestione, che ha portato poi al crac dell’istituto di credito a causa di 2 miliardi di debiti accumulati concedendo crediti. I giudici della quarta sezione civile hanno così concluso l’azione di responsabilità civile avviata nel 2020 dai commissari governativi, che chiedevano 380 milioni di euro a 19 ex amministratori e alla società di revisione. Oltre quello alla Maiora dell’imprendtore Vito Fusillo, sono stati considerati dannosi per la banca i finanziamenti alla Ferrara 2007 dell’immobiliarista romano Parnasi, e quelli a due società del gruppo Monferini di Varese.

Di questo rispondono, per i giudici, i due Jacobini con una somma fino a 109 milioni di euro, mentre l’ex amministratore delegato Giorgio Papa sarà chiamato a pagare fino a 42 milioni. Ammonta a 24 milioni la condanna per gli ex consiglieri Paolo Nitti, Modestino Di Taranto, Francesco Pignataro, Francesco Giovanni Viti, Luca Montrone, Raffaele De Rango, Arturo Sanguinetti, Gianfranco Viesti e Francesco Venturelli ritenuti responsabili per le altre tre operazioni, mentre per l’ex ad Vincenzo De Bustis la condanna è fino a 3,4 milioni per il finanziamento alla Apeiron dei Monferini. L’ex presidente del collegio sindacale Roberto Pirola e gli ex componenti Francesco Acerbis e Antonio Dell’Atti risponderanno rispettivamente per 4,5 e 3 milioni di euro, mentre la società di revisione per 2,5 milioni. Solo una delle quattro polizze assicurative è stata ritenuta valida e operante: coprirà il massimale di 10 milioni di euro. Rigettate invece le domande di condanna per l’ex presidente Gianvito Giannelli, l’ex ad Gregorio Monachino e l’ex presidente del collegio sindacale Alberto Longo, ai quali la banca dovrà rifondere le spese legali: avrebbero agito in forte discontinuità rispetto alla gestione Jacobini.

La questione nasce dal credito a Maiora (finanziamenti chirografari per 98 milioni, più 15 milioni di sconfinamenti di conto corrente rispetto ai quali la gestione commissariale ne ha recuperati tramite cartolarizzazione solo 28), al centro anche di tre ispezioni di BankItalia. Un esborso elevato che ha contribuito in buona parte al al crac anche dell’altra società di Vito Fusillo, la Fimco, ma soprattutto al commissariamento di Popolare, tre mesi dopo, seguito dall’intervento del governo. Maiora era esposta con la banca per 160 milioni, per responsabilità esclusiva, secondo quanto sostengono i giudici, degli Jacobini e dell’ad Papa, che non vennero mai contrastati dalla «debole iniziativa del nuovo consiglio» di amministrazione nominato dopo l’ispezione del 2018. I tre amministratori sono accusati di “distorsioni informative e dell’occultamento dei dati, a causa delle prassi patologiche con cui in concreto agivano, in violazione della stessa regolamentazione della Banca, i componenti del Comitato crediti, coordinato da Gianluca Jacobini, con la presenza di Marco Jacobini e con il consenso pienamente consapevole dell’amministratore delegato Giorgio Papa”. I sindaci invece si contesta di non aver “assunto efficaci iniziative per la soluzione delle criticità relative ai controlli sul credito, venendo meno ai propri doveri di vigilanza”. La società di revisione è stata invece ritenuta responsabile di non aver impedito l’utilizzo delle imposte anticipate (96 milioni nel 2015, 33 nel 2016, 11 nel 2017 e nella semestrale 2018) per mantenere in equilibrio i bilanci della banca.




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