Economia

Commercio globale: dazi, sostenibilità e materie prime ridisegnano gli scambi nel 2026


Il commercio globale entra nel 2026 in una fase di trasformazione strutturale, in cui sostenibilità ambientale e materie prime critiche diventano tra i principali fattori di ridefinizione degli scambi. È questa la chiave di lettura del Global Trade Update – January 2026 di UN Trade and Development (Unctad), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di commercio, investimenti e sviluppo sostenibile. L’analisi descrive un sistema commerciale meno orientato alla crescita dei volumi e sempre più condizionato da regole, sicurezza degli approvvigionamenti e vincoli ambientali. Il contesto macro resta fragile. La crescita globale è attesa al 2,6% nel 2026, con un rallentamento delle principali economie avanzate e una crescita dei Paesi in via di sviluppo (esclusa la Cina) in calo verso il 4,2%. In questo scenario, le politiche commerciali contano più della domanda e diventano uno strumento diretto di politica industriale.

Unctad segnala infatti un ritorno dei dazi e delle misure protezionistiche, soprattutto nel manifatturiero. Nel 2025 le tariffe medie applicate al commercio globale sono aumentate, con l’industria manifatturiera come settore più colpito. Dal 2020 sono state introdotte circa 18.000 misure commerciali discriminatorie, mentre le regolazioni tecniche incidono ormai su quasi due terzi degli scambi mondiali, aumentando i costi di conformità lungo le filiere. All’interno di questo quadro, la sostenibilità passa definitivamente dalla fase degli impegni a quella dell’attuazione. Entro la fine del 2025, calcola Unctad, gli impegni climatici assunti da 113 Paesi potrebbero ridurre le emissioni globali di circa il 12% entro il 2035. Carbon pricing, standard ambientali, requisiti di tracciabilità e obblighi di rendicontazione stanno diventando condizioni concrete di accesso ai mercati. La transizione verde si traduce così in nuove barriere regolatorie, che incidono direttamente sulla competitività delle imprese.

Parallelamente, cresce il peso strategico delle materie prime critiche, indispensabili per la transizione energetica e digitale. Dopo i picchi del 2022, l’aumento dell’offerta ha spinto al ribasso i prezzi di minerali come litio, cobalto e nichel, riducendo i costi delle tecnologie pulite. Ma il calo dei prezzi ha anche raffreddato gli investimenti estrattivi, mentre controlli alle esportazioni e politiche di accumulo di scorte stanno frammentando le catene di approvvigionamento e rafforzando la dimensione geopolitica delle risorse.

In questo scenario cambia anche la composizione degli scambi. Il commercio di servizi cresce più rapidamente di quello dei beni e rappresenta ormai il 27% del commercio globale. Nel 2025 le esportazioni di servizi sono aumentate a ritmi prossimi al 9%, trainate soprattutto dai servizi digitali. Tuttavia, la partecipazione resta diseguale e il digital divide continua a penalizzare molte economie meno sviluppate. Sul fronte dei beni, invece, le catene globali del valore continuano a riconfigurarsi sotto la spinta combinata di dazi, regole ambientali e sicurezza delle forniture. Oggi quasi due terzi del commercio mondiale avviene all’interno di filiere influenzate da geopolitica e politiche industriali, con una tendenza crescente alla regionalizzazione.

Il rapporto segnala infine un ampliamento dei divari tra economie avanzate ed emergenti. Le prime dispongono di maggiori risorse finanziarie, tecnologiche e regolatorie per adattarsi a standard ambientali più stringenti, assorbire l’impatto dei dazi e assicurarsi l’accesso alle materie prime critiche. Per molti Paesi in via di sviluppo, invece, la combinazione di tariffe, regole ambientali e competizione sulle risorse rischia di tradursi in nuove barriere strutturali all’accesso ai mercati globali.


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