Piemonte

Martone in retrospettiva alla Mole: “Prossimo film a Napoli ma a Torino ho vissuto grandi avventure”

«Torino è stata una pagina bellissima della mia vita, oltre che un grande laboratorio per me e non solo». Alla vigilia della retrospettiva che il Museo del Cinema gli dedica da venerdì 9 gennaio a sabato 24, Mario Martone non manca di ricordare con affetto gli anni che lo hanno visto dirigere il Teatro Stabile e vivere la città. Un decennio, dal 2007 al 2017, «di scelte rischiose e di grandi avventure e soprattutto partecipazione collettiva con gli altri artisti» come Valerio Binasco, Gabriele Vacis, Davide Livermore, e un clima dove sono nati anche i film “Noi credevamo”, ambientato nel Risorgimento, e “Il giovane favoloso” su Giacomo Leopardi, realizzato dopo aver portato le “Operette morali” dal Carignano in tournée in tutta Italia.

Nella rassegna in programma al Cinema Massimo verranno proiettati tutti i suoi lungometraggi e il documentario “Laggiù qualcuno mi ama”. Qual è il motivo che l’ha spinta a fare cinema e a legarlo con altre forme d’arte come il teatro dal quale lei arriva?

«Il motivo affonda, se non nell’infanzia, sicuramente nella prima adolescenza. È un mare nel quale mi sono sempre trovato a nuotare anche quando facevo teatro, perché poi, in fondo, il mio primo film è arrivato abbastanza tardi nella mia vita, quando avevo 30 anni. Però ho cominciato a fare teatro a 17 anni, un teatro d’avanguardia che era assolutamente mescolato con il cinema, che citava il cinema. Insomma il cinema è sempre stato un orizzonte molto presente».

I suoi film sono davvero molto diversi tra loro. Come mai?

«È come se facessi pezzi unici. Quando faccio un film tale è l’intensità del percorso per me e i miei collaboratori e collaboratrici, tale è lo studio, tale è la maniacalità, tale è quella che chiamo “l’ipervita”, l’adrenalina… che quando poi ho concluso ho bisogno di passare ad altro. Fare un film è un processo lungo e molto immersivo, è un’avventura che si vive anche assieme agli spettatori: mi piace entrare ogni volta in questa “ipervita” e vedere come se ne esce».

C’è qualche titolo che rifarebbe o modificherebbe?

«Non cambierei nulla. Naturalmente non è che non veda difetti, ma alla fine ogni film è il risultato di un processo. I film che ho fatto sono i film che volevo fare e spero di riuscire a girare, in futuro, quelli che ho in mente. Ogni regista sa che questa è una battaglia, perché naturalmente un film non lo si fa da soli. Però, alla fine del viaggio, lo scopo è arrivare alla visione iniziale e, nonostante le modifiche, ritrovare la spinta da cui si era partiti. Finora è sempre successo: ecco perché non cambierei nulla dei miei film, non perché li trovi perfetti, ma perché li trovo giusti per il percorso che hanno avuto».

È difficile fare cinema in Italia oggi? Lei nel 2025 è stato tra i firmatari della lettera aperta al ministro della Cultura Giuli e alla sottosegretaria Borgonzoni in cui si chiedeva sostegno per l’intero settore. A distanza di qualche mese sembrano invece confermati i tagli…

«Per quanto riguarda il piano operativo, posso semplicemente dire che sto per cominciare le riprese di un nuovo film a febbraio, quando in realtà erano previste a marzo. Questo perché il produttore mi ha chiesto di anticipare per rientrare nella finestra utile per il tax credit. Dopodiché ci si chiede che cosa accadrà, come sarà regolato il tax credit in futuro, con quali regole. Chi lavora nel cinema sta entrando in una zona di “vaghezza” piuttosto insidiosa, per usare un eufemismo».

Perché?

«Perché sulla questione, in generale, si incrociano due piani: da una parte quello della necessità di mettere mano alle regole dei finanziamenti, perché è chiaro che ci sono state delle cose fatte male, dall’altra quello che vede una poca simpatia del governo nei confronti del cinema. E si tratta di un incrocio preoccupante. Trovo giusto intervenire laddove ci sono stati dei problemi, però si deve farlo per far crescere, per sostenere, con amore per il cinema».

Può anticipare qualcosa di questo suo nuovo film, del prossimo “pezzo unico”?

«Si intitolerà “Scherzetto” ed è tratto da un racconto di Domenico Starnone (edito da Einaudi, ndr). Sarà ambientato a Napoli e avrà come protagonista Toni Servillo. Di più non posso dire, però mi fa sorridere notare che dopo “Nostalgia” e “Fuori” anche questo titolo è formato da una parola sola».


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