Friuli Venezia Giulia

GO!2025 tutto spettacolo, poca visione.

Poi è venuto il calendario, sterminato. Mostre, festival, installazioni, appuntamenti culturali, incontri con artisti, concerti. Si sono contati più di cento progetti e centinaia di eventi. Sembrava che ogni giorno dovesse accadere qualcosa, e in effetti è accaduto: si è costruita un’atmosfera, un’attenzione, una narrazione. Ma la narrazione è durata quanto dura una stagione. E qui il nodo è triste: si è pensato che bastasse raccontare, non radicare. C’è stato entusiasmo, certo. C’erano titoli sui giornali che parlavano di confine trasformato in ponte, di Europa finalmente concreta. C’erano inaugurazioni di spazi culturali, discorsi ufficiali, firme e protocolli. Sembrava tutto nel verso giusto. Ma la cultura, quando è autentica, non ha verso. Ha direzioni e strutture. E strutture non se ne vedono molte, oggi che l’anno è finito e il testimone è passato ad altre città d’Europa.

È rimasto il vizio antico: confondere l’immagine con il risultato. L’immagine è la folla che applaude il giorno dell’apertura, la luce che illumina piazza Transalpina, le autorità che sorridono davanti ai fotografi. Il risultato, invece, è quello che trovi il giorno dopo, quando apri gli uffici e ti chiedi chi prosegue, con quali fondi, con quale responsabilità, con quale idea. Qui — adesso che è suonata la campanella della chiusura il 5 dicembre — resta una vaga promessa, non un programma. L’8 febbraio, nella scelta di Ungaretti e Prešeren, c’era l’idea giusta: usare la cultura come linguaggio di un confine che si supera in silenzio, con precisione, con pazienza. Ungaretti non ha mai creduto nella parola evento”. Era un poeta di sottrazione, di essenzialità. Avrebbe guardato questo proliferare di manifestazioni con sospetto. Prešeren, che ha reso la lingua slovena adulta, avrebbe chiesto alla politica un orizzonte, non una vetrina. Ed ecco l’occasione perduta: avere a disposizione l’intelligenza simbolica della data e non averla tradotta in una scelta concreta di metodo.

Il 2025 passerà come passano le fiere, le esposizioni universali, gli anniversari. La memoria collettiva parlerà di un anno “ricco di eventi”, che è la formula di chi non ha il coraggio di dire che dopo non è cambiato molto. La speranza era vedere nascere qualcosa che resistesse alla prossima riunione, alla prossima amministrazione, alla prossima crisi. Un centro vero, un progetto transfrontaliero stabile, una struttura con bilancio e personale. Qualcosa che dicesse: qui si lavora insieme anche quando non c’è l’Europa a controllare. Invece resteranno i ricordi, le foto e i comunicati. E chissà, un giorno qualcuno dirà: “Peccato, c’era un’occasione”. Sarà tardi. Perché le occasioni, a differenza dei bandi europei, non si ripresentano. Nascono e muoiono come i poeti: in silenzio, in una data che dice tutto. Ma senza un progetto che vada oltre, restano solo due nomi sul calendario e un confine che non ha imparato davvero a diventare futuro.

[f.v.]




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »