Emis Killa: «Continuerò a fare il giovane fin quando me lo sentirò. L’anno scorso a Sanremo per mettermi in gioco. Potrei tornare? Forse»
Perché Musica triste?
«Nasce da una riflessione intima, influenzata anche dai musicisti che più mi hanno ispirato, come Chopin per esempio. Mi sono reso conto che i brani che sento più miei sono spesso malinconici. Per me rappresenta un po’ la mia natura e anche lo spirito di questi tempi. È una lente attraverso cui guardo la realtà».
Il brano che porta il titolo del disco è particolarmente autoanalitico. Quanto è stato difficile esporsi così tanto?
«È stato complicato, ma necessario. Ho sempre avuto quell’immagine da ragazzo di quartiere, con faccia tosta e arroganza. Però non sono solo quello. Avevo bisogno di mostrare anche le parti più fragili, le paure legate al futuro. Credo che fosse arrivato il momento giusto».
Nel disco si percepisce una libertà creativa forte. Si è sentito più libero che in passato?
«Sì. Ho iniziato a ragionare su cosa mi rappresentasse davvero, anche se non era la scelta più facile dal punto di vista commerciale».
Parliamo delle collaborazioni: ha scelto ospiti di generazioni differenti. Come nascono questi incontri artistici?
«Nascono in modo molto naturale. Con artisti più giovani si crea spesso un entusiasmo reciproco. Molti di loro, come Papa V e Nerissima Serpe, conoscono la mia discografia meglio di quanto immaginassi, e l’hanno fatto vedere con sincerità. Questo rispetto mi ha colpito e ha facilitato la collaborazione. Ma attenzione, anche loro influenzano me, ed è giusto così».
Nel disco emerge anche una critica verso l’industria musicale e il modo in cui si consuma la musica oggi. Si sente disilluso?
«Non disilluso, consapevole. Viviamo un’epoca in cui si consuma tantissimo ma si ascolta poco. La musica ha perso peso emotivo, ha perso attenzione. Una volta per ascoltare un brano dovevi pagare o fare fatica. Oggi basta un tap. Questo ha cambiato tutto: la musica riflette una società distratta e superficiale. E dentro questa dinamica c’è inevitabilmente una tristezza».
Alcuni artisti del passato credevano che la musica potesse cambiare il mondo. Lei invece?
«Penso esattamente l’opposto: la musica non cambia il mondo, lo racconta. È una conseguenza della realtà, non la sua origine. Il mio compito è esprimermi e intrattenere. Anche quando la mia musica è malinconica, deve essere comunque qualcosa che mi fa stare bene».
Ragionando sul suo percorso, si vede a 50 anni ancora a rappare?
«Credo che la musica ti renda immortale, finché mantieni viva l’attitudine che ti ha fatto nascere artisticamente. Al momento quella parte di me è ancora viva e regge. Ma so che a un certo punto servirà una trasformazione».
Come?
«Spero che arrivi da sola, come un’illuminazione. Ammiro chi ha saputo reinventarsi trovando una veste matura, adatta all’età. Mi piacerebbe che un giorno mi venisse naturale abbracciare una nuova forma senza forzare nulla».
L’anno scorso ha tentato Sanremo: un contesto lontano dalla sua comfort zone. Lo rifarebbe?
«Sanremo è stata una scelta di sfida personale e quest’anno non l’ho sentita, anche perché questo disco è molto rap e sarebbe stato incoerente presentarmi con una canzone più sanremese. Se un domani avrò un brano adatto, potrei tornarci. Ma deve avere senso per me».
Source link




