80 anni dal voto alle donne, Cgil: «Una conquista che il Governo tradisce ogni giorno»

GROSSETO – Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, le donne italiane votarono per la prima volta in un’elezione nazionale, scegliendo tra monarchia e repubblica e contribuendo a costruire la democrazia che oggi celebriamo. Fu una rivoluzione silenziosa e potentissima: milioni di italiane che per la prima volta uscivano di casa con in tasca non un obbligo, ma un diritto. Quel gesto (una croce su una scheda) valeva una liberazione. Valeva una voce.
Oggi, ottant’anni dopo, ci ritroviamo a celebrare quella conquista mentre le donne in Italia continuano a essere tra le più penalizzate d’Europa sul mercato del lavoro, con il tasso di occupazione femminile tra i più bassi dell’Unione, un gender pay gap che resiste tenace e un sistema di welfare che scarica ancora quasi sempre sulla madre l’intero peso della cura dei figli.
«Quella del 2 giugno 1946 non era solo la prima volta che le donne votavano: era la prima volta che le donne potevano scegliere. Scegliere il futuro del loro Paese – ricorda Claudia Rossi, responsabile del coordinamento Donne Cgil Grosseto – Oggi, ottant’anni dopo, dobbiamo chiederci onestamente: quante donne possono davvero scegliere? Scegliere se lavorare o restare a casa, scegliere se fare un figlio senza rischiare la carriera, scegliere se denunciare una discriminazione salariale senza paura di restare sola? Troppo poche. E questo non è destino: è il frutto di politiche che hanno scelto di non scegliere per loro».
Congedo parentale gender pay gap e Ddl Buongiorno: passi piccoli e spesso indietro
La Legge di Bilancio 2026 ha introdotto qualche modifica al congedo parentale: il periodo è stato esteso fino ai 14 anni del figlio e il terzo mese indennizzato è stato portato all’80% della retribuzione. Sembrerebbe un progresso. Ma guardiamo i numeri: il congedo obbligatorio per il padre resta fermo a soli 10 giorni. Dieci giorni. La madre può assentarsi fino a sei mesi, il padre fino a sei o sette, in teoria. In pratica, sappiamo tutti che i mesi facoltativi li prende quasi sempre la donna, perché lo stipendio del padre è spesso più alto e la famiglia non può permettersi di perdere quella quota.
«Il congedo parentale così com’è strutturato non è uno strumento di parità: è una trappola. Finché il padre ha solo 10 giorni obbligatori e la madre porta tutto il carico, con i mesi facoltativi pagati al 30% della retribuzione, non stiamo liberando le donne, le stiamo solo dando una scelta impossibile: lavoro o famiglia. In un Paese civile quella non è una scelta: è una costrizione. E il governo lo sa, ma non interviene», ricorda Claudia Rossi.
L’Italia è il fanalino di coda in Europa per occupazione femminile. «Il 42% delle donne è disoccupata o inattiva, spesso perché non ha scelto di non lavorare, ma perché non le è stata data alternativa – ricorda Rossi – In questo contesto, il governo aveva l’occasione storica di recepire una direttiva europea ambiziosa e invece ha scelto di annacquarla. Ha scelto di proteggere i datori di lavoro piuttosto che le lavoratrici. Ha scelto il silenzio dove serviva il coraggio».
C’è inoltre qualcosa di particolarmente doloroso nel constatare che alcune delle politiche più lesive per i diritti delle donne portano la firma di una donna. Il DDL Bongiorno, contestato da un’ampia mobilitazione nazionale (alla quale ha aderito anche la Cgil) solo qualche settimana fa, a Roma il 28 febbraio 2026, è emblematico di questa contraddizione. Avere una donna in un ruolo istituzionale come la presidenza del consiglio e un’altra che firma un tale decreto, non è garanzia di tutela delle donne, se è lei che sceglie di servire interessi che vanno nella direzione opposta. Non basta essere donne per rappresentare le donne. Serve ascoltarle, difenderle, costruire politiche che ne amplino la libertà reale, non quella di facciata.
C’è un filo rosso che collega la mancanza di politiche per le donne alla cultura che le sottende: il sessismo. Non solo quello silenzioso dei contratti part-time imposti, dei bonus bebè al posto degli asili nido, dei congedi di paternità che restano facoltativi. C’è anche il sessismo urlato, quello che colpisce le donne che hanno il coraggio di occupare uno spazio pubblico, di avere un’opinione, di fare politica.
«L’episodio di qualche mese fa, che ha visto Vannacci fare dichiarazioni di scherno contro l’assessora regionale Alessandra Nardini e la sindaca di Montopoli in Val d’Arno, Lidia Vanni, non è un caso isolato – ricorda Rossi – l’assessora regionale purtroppo non è nuova ad attacchi del genere. La sua colpa? Solo essere donna e difendere le donne. Per questo Nardini è stata nuovamente attaccata non sul merito di ciò che dice, ma sul sesso, con allusioni volgari. Episodi del genere mandano un messaggio a tutte le donne: “non sei al tuo posto”. Noi diciamo il contrario. Le donne sono esattamente al loro posto: in politica, nelle istituzioni, nelle piazze, nelle fabbriche, negli uffici. Ed è bene che ci restino».
«Cosa che non è garantita visto c’è un governo che sta cercando di cacciarle dalle istituzioni con le leggi. Vogliono eliminare le consigliere di parità territoriali – ricorda Rossi – quelle che siedono nelle province, che conoscono le lavoratrici per nome, da Grosseto a Ragusa, per sostituirle con un’unica figura nazionale, lontana, irraggiungibile. È l’ennesima scelta che va nella direzione sbagliata. Le consigliere di parità non sono un doppione burocratico: sono spesso l’unica voce che una donna in difficoltà riesce a trovare. Toglierle significa lasciare sole quelle donne. E noi non glielo lasciamo fare in silenzio».
Le donne dello SPI
«Ottant’anni fa le donne hanno votato per la prima volta. Lo hanno fatto in silenzio, con dignità, con la consapevolezza di stare scrivendo la storia. Oggi noi donne dello Spi Cgil pensionate, donne che hanno lavorato una vita guardiamo con tristezza a chi usa la propria posizione di potere non per aprire porte, ma per tenerle chiuse. Quelle donne del ’46 hanno votato per un futuro migliore, e lo meritiamo anche noi così come le nostre figlie e nipoti», sostiene Laura Innocenti, responsabile Coordinamento Donne Spi Cgil Grosseto.
Celebrare il 2 giugno non può ridursi a una cerimonia. Non può essere solo bandiere e discorsi ufficiali. Deve essere l’occasione per fare i conti con ciò che ancora manca: un congedo di paternità obbligatorio lungo e retribuito, una rete di asili nido accessibili e universali, una legge sulla parità salariale che non abbia le scappatoie cucite dentro, politiche attive per il reinserimento lavorativo delle madri, e soprattutto la volontà politica di trattare la parità di genere come una priorità, non come un capitolo da gestire con qualche piccola modifica ogni anno nella legge di bilancio.
«Quella croce sulla scheda del 2 giugno 1946 era un atto di fiducia – concludono Claudia Rossi e Laura Innocenti – Le donne si fidavano che la Repubblica avrebbe cambiato le cose. Ottant’anni dopo, noi siamo qui a ricordare che quella fiducia va sempre alimentata e guadagnata, ogni giorno. Il Coordinamento Donne CGIL Grosseto sarà presente anche per ricordare questo. Perché la storia non si celebra ma si continua a scrivere».




