Zero retorica: La lezione di un maestro timido e rigoroso
Ennio Simeone, storico direttore del Quotidiano, ci ha lasciati ieri alla soglia dei 90 anni. Una vita tra testate di frontiera e stampa locale. Con l’immutata e ferma convinzione che la dignità dell’informazione conta più di qualunque salotto.
Sorridi, sapevi già che sarebbe toccato a me, anche se la testa è altrove e sta avvolgendo un nastro di trent’anni di avventure professionali e umane. La tua proverbiale curiosità ti stuzzica: vediamo come se la cava. Male. Da un uomo-macchina che hai forgiato e costruito pezzo per pezzo, che cosa ti aspetti? Tu non avresti fatto questa scelta: se proprio si doveva fare, sarebbe stato meglio affidarsi a un altro, meno coinvolto. Ma chi più di te conosce le dinamiche dei giornali? Come si scrive un pezzo per ricordarti Ennio? Mica facile. Non ti piacevano la retorica, le frasi fatte, le banalità, le cose prevedibili, già orecchiate, che sanno di stantìo, di conformismo e di ipocrisia.
Schivo, una timidezza nascosta dietro a un fragile e finto piglio burbero, una grinta e una decisione che occultavano in modo insospettabile l’umanità vera, semplice, schietta, di un cronista nato capo carismatico. Poche cose ti mettevano a disagio come gli elogi. Farfugliavi e cambiavi discorso. Con fastidio. Figurati ora. Lo vedi? Si finisce con le belle parole e ancora non abbiamo cominciato a parlare della capacità unica di mettere su dal niente redazioni, di trasformare ragazze e ragazzi in nomi importanti del giornalismo, avviarli verso un avvenire che manco loro riuscivano a immaginare.
Oggi quei giovani che hanno avuto la fortuna di incontrarti, di capire che giornalisti si diventa passo dopo passo, con il sacrificio, l’impegno, senza accontentarsi di cosa si è al momento, ti ricordano in lacrime: non c’è un giornale, un sito, uno studio televisivo, senza che ci sia qualcuno che abbia nei tuoi confronti un debito di riconoscenza, la gratitudine per aver imparato un aspetto di questo difficile mestiere, un aneddoto per un errore corretto e mai più ripetuto. Pure quelli che si sono sentiti qualche urlaccio oggi hanno gli occhi umidi e la voce tremante. Già, gli urlacci: il modo diretto e sbrigativo per ricordare che questo lavoro è soprattutto impegno e sacrificio, da prendere sul serio, non uno status da esibire con frivolezza. Quanto ti infastidiva ripetere le cose e sbattere sui distratti e i superficiali.
La tua più grande lezione, per chi ha avuto la fortuna e il privilegio di starti accanto, è stata quella di far capire una cosa essenziale: non conta il prestigio, il blasone, la storia di una testata, ma le battaglie che porta avanti, i valori che difende, la voglia di migliorare il mondo. Hai sempre scelto le sfide difficili, i giornali da rilanciare, da far crescere, misurarsi con gli ostacoli complicati e rischiosi, davanti ai quali molti altri direttori storcevano il muso, spaventati dalla fatica e dalle poche probabilità di successo.
Missioni impossibili, in regioni italiane complicate: dalla trappola etnica e nazionalista del Trentino Alto Adige, alla Calabria e alla Basilicata, dove gli indici di lettura erano così bassi da scoraggiare chiunque. Alle difficoltà di tenere insieme le 15 edizioni toscane del Tirreno. E tu invece arrivavi, sorridente, ottimista, scommettendo e puntando su quello che c’era a disposizione. Perché un altro tuo pregio era l’occhio ai numeri dei bilanci aziendali, evitare sprechi, costi inutili, anche quando come a Bolzano o Livorno le casse non avevano problemi.
Ci hai insegnato a privilegiare il divertimento, a scapito della vanità, l’umiltà lontana dalla presunzione, il rispetto per le persone semplici, per i lettori che chiedono voce e spazi. I tuoi giornali sono stati dei veri propri difensori civici: contro i potenti abituati a confrontarsi con i direttori con il cappello in mano, quelli che erano convinti che bastasse una telefonata. Invece no, il rapporto era alla pari, senza tentennamenti e timori reverenziali. E quando si lavora così, quando si mettono al di sopra di tutto le esigenze del giornale, il rigore delle notizie scritte bene, titolate meglio, con onestà e rispetto per chi legge, un difetto te lo devono trovare: magari quello di avere un carattere deciso, non semplice. I cretinetti ci cascano, come se guidare una redazione fosse una prova di dolcezza e non un esame continuo di efficienza. Prima di chiedere agli altri, hai sempre chiesto e preteso di più da te, senza risparmiarti.
E mentre altri direttori erano a cena con chi pretende di comandare o a discettare nei salotti che spalancano le amicizie che contano, tu eri lì in redazione, in tipografia, nell’ufficio diffusione. A leggere e riguardare il pezzo del corrispondente di un paesino, come fosse il referente di New York, Mosca, Londra. A chiamarlo per correggere il passaggio che non andava, a esortarlo a fare verifiche fino in fondo, a non lasciarsi intimidire dal sindaco o da qualche signorotto arrogante. La linea editoriale è stata sempre quella di stare dall’altra parte: quella degli ultimi, gli sfruttati, i maltrattati. Ma senza esibirla, farsene un vanto, una civetteria: con naturalezza, come se scrivere e raccontare con correttezza il diario di una comunità fosse il minimo, un atto dovuto.
Ci hai insegnato il divertimento e la gioia intima dell’anonimato degli uomini-macchina: quelli che fanno uscire i giornali, sanno che cosa è un timone, una ribattuta o allestire all’alba un’edizione straordinaria. Quelli che nessuno conosce ma prima di tornare a casa passano a prendere la copia in rotativa, per capire, anche se sono le tre, i seguiti da fare domani, le cose che si potevano mettere meglio. E magari non ci dormono per quel refuso diabolico che nessuno ha notato ma che fra poche ore tutti vedranno.
Chi è rimasto contagiato da questa tua passione autentica per il mestieraccio, a prescindere dalla grande ribalta, ha avuto la fortuna di cogliere l’essenza della vita del giornalista, le piccole gratificazioni che non hanno bisogno di premi e passerelle. Il solo, unico gusto di farlo questo mestiere, senza aspettarsi medaglie e riconoscimenti. Stiamo andando oltre e queste parole sono diventate un pezzo che ti spazientisce. Meglio finirla qua, altrimenti è come dimenticare in un attimo la lezione di una vita. Bisogna pensare al giornale, a cosa metterci anche oggi. Avresti meritato parole migliori, non quelle di una mente offuscata dal dolore e dalla solitudine. Come si scrive un pezzo per ricordarti Ennio? È l’unica cosa che non mi hai insegnato. E si vede. Ciao.
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