Visioni a 33 giri – Nico
Without a guide, without a hand
Unwed virgins in the land
Unwed virgins in the land, tied upon the sand
When there come ships into the land
They’ll be awaiting reverence
They’ll be awaiting reverence at their children’s hands
Come spesso capita tra i migliori musicisti della sua generazione, la carriera dell’immortale femme fatale Christa Päffgen, in arte Nico, è caratterizzata da due fasi contraddistinte: se la prima si potrebbe definirla per certi versi artefatta, precostruita, nonché decodificata da un modello a cui ambire, la seconda si può leggere attraverso un’ottica introspettiva e decisamente più profonda. Quello sguardo di ghiaccio, perso nel vuoto e facilmente riconoscibile, rimarrà per sempre scolpito negli occhi di generazioni di ascoltatori.
Grazie alla supervisione del produttore discografico Tom Wilson, colui che ha contribuito a rendere il rock uno dei generi più popolari e destrutturanti della sua epoca (Bob Dylan, The Mothers of Invention, Simon & Garfunkel, Soft Machine), nel debutto artistico “Chelsea Girl” (Verve, 1967) – il cui titolo rimanda all’omonimo film del genio della pop art Andy Warhol – l’artista tedesca porge la guancia verso un aspetto pastorale: eppure l’orchestra, condotta da Larry Fallon, assorbe le indubbie qualità della chanteuse di Colonia, la quale riesce a destreggiarsi in particolar modo nei pezzi scritti da Lou Reed e John Cale, che spezzano uniformemente il canone della canzone tradizionale grazie a inusuali prospettive caotiche.

Griffato dall’abbagliante copertina ad opera del fotografo Guy Webster, “The Marble Index” (1968) è un fugace esperimento di ricerca sonora che implementa sonorità stratificate l’una con l’altra: che siano l’aberrante oscurità portata avanti dalla sinistra musica da camera, lo sconforto lirico della nostra o persino l’irrequieto, alienante e apocalittico rapporto tra il concept e l’ascoltatore.
Questo secondo disco ufficiale della cantautrice teutonica spiazza per molteplici contesti, primo fra tutti la direzione degli arrangiamenti. La solida direzione di John Cale dimostra ancora una volta il talento innato del musicista gallese, qui impegnato a reggere il peso di strutture bilaterali, archi stridenti e piangenti, fiati laceranti e un’atmosfera sospensiva al massimo. In secondo luogo, troviamo l’equilibrismo di Nico che, se nel precedente “Chelsea Girl” aveva dato l’impressione di virare verso un cantautorato semplice ma acerbo, qui taglia maledettamente la testa al toro e si abbandono a un rituale senza fine suonando – peraltro – l’harmonium con una grazia a dir poco divina. L’impatto traumatico, fatale e dissonante del concept di Nico forma e non poco.
E poi arriva lui: “Desertshore” (Reprise, 1970). Un ultimatum, una librazione. Arrivata alla consacrazione spirituale, la cantautrice di Colonia mette in scena la sua pièce teatrale fatta di litanie, richiami mortuali e nichilismo puro. Realizzato in parte da Joe Boyd, produttore dei primi due dischi del cantautore melanconico Nick Drake, il disco affascina per il suo trascorso seminale: durante l’ascolto sembra di essere catapultati in un contesto medievaleggiante, contemporaneamente avvolti dallo scirocco del Sahara, un vento caldo e tedioso che schiaccia ogni vana speranza dell’ascoltatore. Otto composizioni, otto escandescenze. Il viaggio è lungo nonostante la sua brevità. Col tempo il lavoro compositivo dell’artista pre-gotica è stato fieramente riconosciuto e ha portato alla nascita di ulteriori correnti che hanno influito nella crescita del genere di partenza (rock gotico, neofolk, darkwave).
Differentemente da ciò che è venuto dopo, il folk gotico nato negli studi di registrazione risulta tagliente al pari della carta vetrata e impugna in sé il classicismo musicale reinventandolo con un gusto prettamente personale, originale e disorientante: la stessa Nico non riuscirà più a ripetersi in tal maniera poiché “Desertshore” è similare alla vetta dell’Everest, irraggiungibile. Il tratto romantico del piano di Cale rende l’esecuzione lunatica e incredibilmente travolgente. La mescolanza fa dell’opera di Nico la sua forza.

Spesso si pensa che arrivi la quiete dopo la tempesta. E se così non fosse?
“The End” (1974) il cui titolo rende omaggio all’omonimo e storico pezzo psychedelic–drone dei Doors, parrebbe un proseguimento più ammorbidito del precedente e irrepetibile capolavoro, seppur agevolato da una maggiore presenza del dark-ambient: difatti il disco vanta l’enorme intervento di Brian Eno alle tastiere, i cui improvvisi movimenti di noise spasmodico-futurista irrompono violentemente all’interno della composizione di stampo funereo. Non da meno è il lavoro chitarristico di Phil Manzanera, storico membro della band avant-glam Roxy Music, nonché collaboratore artistico dei dischi solisti del già citato genio britannico.
Nell’introduzione medievale “It Has Not Taken Long” emerge tutto il nichilismo della cantautrice tedesca, fatto di coralità gotiche, di una raffinata lettura del folk d’avanguardia e di un minimalismo allo stato puro. Vengono alla luce scenari bellici nei quali presunti cacciatori rientrano in una affannosa lotta per la sopravvivenza. E gli impulsi si fanno perpetui.
Il canto solenne “Secret Side” si abbatte su liriche evocative e dalle ambientazioni sublimi. La stratificata ballad “You Forget To Answer” – dedicata all’ultimo incontro della musicista con Jim Morrison – vede l’emergere di un pianoforte sottile, trasparente nella sua delicatezza e fascinazione romantica; segue un accompagnamento con chitarra acustica.
Eno esordisce giocosamente con i sintetizzatori nella triste “Innocent Vain”, le cui sonorità rimandano a un canto distorto degli uccelli. La composizione si distende su un letto pieno zeppo di spine e di cactus che trafiggono fisicamente durante l’ascolto: a comunicarci queste vibrazioni è la voce decadente e tramortita della nostra, qui in una delle sue esibizioni più ipnotiche. La messa nera di “Valley Of The Kings”, coadiuvata da un uso accattivante dell’harmonium, risplende nell’esplorazione intimista dell’autrice, abbandonando le sovraincisioni dei precedenti pezzi e autosostenendosi grazie a un’esecuzione indimenticabile. Le sonorità ambientali della cantilena “We’ve Got The Gold” sembrano – attraverso l’esoterismo dello xilofono di Cale – ricalcare vagamente lontane atmosfere provenienti dalla scena di Canterbury.
La cover del già citato brano dei Doors (dall’esordio omonimo del 1967), dalla durata di dieci minuti circa, diviene non soltanto una delle migliori interpretazioni del rock classico, bensì uno dei momenti più alti della carriera della poetessa-chanteuse tedesca: quel ritratto decadente noto al grande pubblico viene trasformato in una litania teatrale arricchita da un organo performativo e nevrotico, a sua volta consacrato dal carattere dominante della cantautrice. Degna di nota la chiusura in pieno stile avant-rock, contrastato da un piano martellante e da un eccellente assolo di chitarra elettrica.
Il riadattamento dell’inno nazionale tedesco, “Das Lied Der Deutschen”, conclude sapientemente un disco a suo modo speciale, personale e dannatamente schietto.
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17/10/2026
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