Società

Vietato ai minori di 16 anni, la corsa delle leggi si scontra con i fatti. Il problema? Le piattaforme non sanno (o non vogliono) davvero controllare l’età

La Gran Bretagna ha appena messo mano alla legge che potrebbe chiudere i social media ai minori di 16 anni.

Non è la prima, e non sarà l’ultima. Da Canberra a Kuala Lumpur, passando per Ankara e Oslo, i governi corrono ai ripari. Il bersaglio è sempre lo stesso: proteggere i ragazzini da cyberbullismo, dipendenze digitali, contatti pericolosi e truffe.

Il pioniere resta l’Australia. Il 10 dicembre 2025 è scattato il divieto per under 16 su piattaforme come Facebook, TikTok, Snapchat, X e YouTube. Le aziende rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani se non adottano “misure ragionevoli” per tenere fuori i minori. Il primo risultato è stato un taglio netto: 4,7 milioni di account rimossi o disattivati nelle settimane successive, secondo l’autorità locale per la sicurezza online.

Peccato che il dato non racconti tutta la storia. Le stesse autorità hanno ammesso che molti ragazzi hanno trovato il modo di restare dentro. Alcuni sono scivolati verso servizi meno controllati. Un’indagine successiva ha confermato che una fetta consistente di under 16 con account attivi prima del blocco riusciva ancora a usare certe piattaforme.

La Malesia ha seguito l’esempio dal 1° giugno 2026. Stessa età minima, stesso obbligo per le piattaforme di potenziare la verifica dell’età. Negli Stati Uniti il Congresso guarda al Kids Online Safety Act, una proposta bipartisan che spinge le aziende a progettare funzionalità meno dannose per bambini e adolescenti.

Il quadro europeo è più frammentato. Solo la Francia ha già una legge che fissa a 15 anni la cosiddetta “maggiore età digitale”, con obbligo di consenso genitoriale per i più piccoli. Ma l’applicazione è rimasta impantanata, e Parigi sta lavorando a una versione più severa.

A maggio la presidente della Commissione europea ha annunciato un giro di vite. L’idea è colpire le “pratiche di progettazione dannose e che creano dipendenza” nel futuro Digital Fairness Act, atteso entro fine anno. A novembre il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede il divieto per under 16 senza consenso dei genitori, e un muro assoluto per i minori di 13 anni.

Intanto i singoli Stati si muovono per conto proprio. La Spagna ha annunciato l’intenzione di alzare a 16 anni l’accesso alle piattaforme, dentro un pacchetto più ampio contro odio, disinformazione e algoritmi che amplificano materiali pericolosi. La Norvegia vuole una legge entro la fine del 2026. La Danimarca sta pensando a un limite a 15 anni, con qualche eccezione su consenso dei genitori.

In Polonia il governo prepara un divieto per under 15 e nuove regole sulla verifica dell’età. La Slovenia segue la stessa strada. In Svezia una commissione governativa ha raccomandato i 15 anni come soglia minima, rendendo le piattaforme responsabili dei controlli. Persino la Turchia si è mossa: lo scorso aprile il Parlamento di Ankara ha approvato il divieto per under 15, estendendo le norme anche alle software house dei videogiochi.

Dichiarazioni e progetti, insomma, non mancano. Le leggi già in vigore, molto meno. E l’esperienza australiana insegna una cosa: vietare è un conto, far rispettare il divieto è un altro.


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