Voti e promozioni? Le vere armi per il futuro sono empatia e resilienza. Le parole della pedagogista Federica Ciccanti

Quando si apre la pagella, lo sguardo corre subito al numero accanto a italiano o matematica. Un 7, un 5, un 9. Ecco il giudizio, sintetico, definitivo. Peccato che la vita, quella vera, non sia mai così lineare.
Capacità di ascoltare un compagno in difficoltà, rialzarsi dopo una bocciatura inaspettata, chiedere scusa senza umiliarsi: tutto questo non trova spazio nel tabellone dei voti.
21Eppure sono esattamente quelle attitudini – l’empatia, la responsabilità, la resilienza, la curiosità – a fare la differenza quando un ragazzo esce dal cancello della scuola e si trova davanti il primo colloquio di lavoro, una relazione che finisce male o un capoufficio che non sorride mai.
“Per anni abbiamo guardato i nostri figli attraverso la lente del voto, che è utile ma parziale”, spiega ad Adnkronos, Federica Ciccanti, pedagogista e autrice di ‘Regole facili. Genitori felici (e figli anche)’ (edito da Vallardi). “Un voto basso non ti dice se quel bambino ha la forza di ripartire dopo un fallimento. Uno alto non ti garantisce che sappia prendersi cura di un altro”.
Le cosiddette soft skills – competenze trasversali, socio-emotive, chiamate come si vuole – sono l’infrastruttura invisibile su cui si regge qualsiasi apprendimento. Senza autoregolazione non si studia, senza fiducia in se stessi non si chiede aiuto, senza cooperazione non si lavora in gruppo. La scuola non le valuta, ma la ricerca dice che contano eccome.
L’Ocse, con l’indagine ‘Survey on social and emotional skills 2023’, ha rilevato che tra i 10 e i 15 anni queste capacità tendono paradossalmente a diminuire. Proprio nell’età in cui famiglia e scuola dovrebbero invece allenarle di più. E i dati mostrano anche una correlazione netta: studenti con migliori competenze socio-emotive ottengono risultati scolastici più alti, sono più soddisfatti, soffrono meno l’ansia da prestazione.
Non solo. Il ‘Future of Jobs Report 2025’ del World Economic Forum stima che entro il 2030 cambierà il 40% delle competenze richieste nel mondo del lavoro. Accanto a quelle tecnologiche, le aziende cercano pensiero analitico, resilienza, flessibilità, curiosità e apprendimento continuo. Esattamente ciò che oggi non si vede in pagella.
Ciccanti, nel suo libro, offre sei indicazioni pratiche per coltivare queste qualità a casa, senza bisogno di corsi costosi o manuali complicati.
Primo: imparare ad aspettare. La capacità di tollerare la frustrazione non nasce da sola. Ogni giorno ci sono occasioni – il proprio turno, un compito da finire prima del gioco – per allenarla.
Secondo: affidare un incarico vero, non simbolico. Apparecchiare, portare fuori il cane, curare una pianta. Se il figlio dimentica, non sostituirsi a lui.
Terzo: concedere il diritto di sbagliare. Raccontare un proprio errore, spiegare come lo si è rimediato. Insegna che sbagliare non è un fallimento, ma un passaggio della crescita.
Quarto: nominare le emozioni, anche quelle scomode. Invidia, gelosia, delusione. Dare loro un nome è il primo passo per imparare a gestirle.
Quinto: lasciare aperte le domande. Quando un figlio chiede qualcosa, resistere alla tentazione di rispondere subito. Un “tu cosa ne pensi?” alimenta la curiosità molto più di una risposta pronta.
Sesto: valorizzare la squadra, non solo la performance. Chiedere “oggi a chi sei stato utile?” trasmette un’idea di successo più ampia del semplice voto.
La pagella resta uno strumento prezioso, ma non esaurisce l’identità di un ragazzo. Forse, dopo aver letto i numeri, varrebbe la pena fermarsi un istante e chiedersi: quest’anno è cresciuto come persona? E io, da genitore, cosa ho fatto perché accadesse?
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