Venezuela, ombre sui soccorsi: "Passerelle e saccheggi"
Mentre in Venezuela prosegue la disperata ricerca dei sopravvissuti tra le macerie del doppio terremoto che ha devastato La Guaira e Caracas, ieri sono stati recuperati i corpi di Enzo Cuomo, della moglie Trini Adrian e della figlia Isabella, originari di Laviano (Salerno), tragicamente accomunati da un destino familiare già segnato dal terremoto dell’Irpinia del 1980, nel quale morirono i nonni materni. E a loro si aggiunge una famiglia di 5 persone, originaria di Licusati, frazione di Camerota nel Salernitano. Al momento sono 16 i cittadini italiani che risultano deceduti, 4 feriti, 40 dispersi e 29 rintracciati.
A sei giorni dalla tragedia, intanto, cresce la rabbia della popolazione contro le forze armate e il governo ad interim di Delcy Rodríguez. Francisco Lermanda, membro dei soccorritori cileni, racconta episodi incomprensibili, soprattutto quando ogni minuto può fare la differenza tra la vita e la morte. «I nostri soccorritori vengono fermati ripetutamente dai militari per controllare i documenti. A una nostra volontaria è stato chiesto per la quinta volta di identificarsi. Le hanno spiegato che ricevono l’ordine di verificare la nostra identità perché potremmo essere spie degli Stati Uniti o del Cile». Lermanda descrive così il clima surreale: «Sembra uno scenario di guerra».
Un video rilanciato dall’AFP mostra la tensione crescente tra gli abitanti delle zone colpite e un generale arrivato con una quindicina di soldati armati. Le urla sono cariche di disperazione: «Perché siete venuti con i fucili? Dove sta la guerra? Dovevano portarvi con pale e picconi, non con le armi». Secondo i presenti, mentre sotto le macerie c’erano ancora persone da recuperare, i militari sarebbero rimasti in disparte senza partecipare alle operazioni di soccorso. «Arrivano, si fanno fotografare e poi se ne vanno. Le mie figlie sono ancora là sotto», grida un uomo davanti alle telecamere.
Un’altra testimonianza, ancora più drammatica, arriva da un padre che racconta di aver affrontato personalmente gli ufficiali del regime. «Ho fermato perfino la scavatrice perché non si muovesse finché non avessero recuperato i nostri morti. Mia figlia è stata estratta oggi dopo nove ore di lavoro grazie soltanto a volontari e ragazzi senza esperienza che scavavano con le mani». L’uomo lancia accuse gravi, sostenendo che «gli alti ufficiali vanno nelle zone più ricche a saccheggiare gli effetti personali dei defunti invece di aiutare a recuperare le vittime».
La gestione dell’emergenza rischia intanto di trasformarsi anche in un caso diplomatico. A suscitare forti polemiche ieri sera sono state infatti le dichiarazioni dell’inviato statunitense a Caracas, John Barrett, che in un’intervista a Univision ha elogiato l’atteggiamento del governo, sostenendo di averlo visto «impegnato a collaborare» e aggiungendo che questo impegno «non è cambiato dopo il terremoto». Parole accolte con incredulità da molti venezuelani, mentre cresce la frattura tra la narrazione ufficiale del regime e quella di chi, da giorni, scava con le mani per salvare le ultime vite rimaste.
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