Piemonte

Valsesia, alla scoperta della Valle del Silenzio


….giace senza emissario visibile in un desolato bacino, solitario come un deserto e muto come una catacomba…” così Don Luigi Ravelli descriveva il Laghetto di Sant’Agostino nella sua guida Valsesia e Monte Rosa del 1924.

Quando vi si giunge percorrendo la comoda mulattiera che sale da Roccapietra, poco dopo la Cappella dedicata a Sant’Agostino, oltrepassata l’area picnic circondata da vecchi castagni, si è di colpo immersi in un ambiente dall’atmosfera quasi irreale che può trasmettere emozioni contrastanti: o si è sopraffatti da un senso di disagio per il luogo cupo, malinconico, isolato, circondato da pietraie, dove la natura sembra fare il suo corso senza l’interferenza dell’uomo, o si è colti da un senso di rilassatezza data da un ambiente ovattato che infonde serenità e pace e che sembra essere lontano dal resto del mondo.

I rumori svaniscono, non si sentono suoni, aramente qualche canto di uccello.

Piccola ma “Speciale”

Questa stretta valletta di origine glaciale, parallela alla valle principale, la Valsesia, e separata da essa dal crinale Poggio Rancacci-Poggio Pianale che si sviluppa tra gli abitati di Quarona e Roccapietra, è in parte occupata da una torbiera e da un lago di piccole dimensioni a 492 metri di quota, con fondale costituito da rocce acide e circondato da estesi boschi di latifoglie, il Laghetto di Sant’Agostino, appunto. Lo specchio d’acqua (costituto da due bacini che nei periodi di massima piovosità si uniscono a formare un unico invaso) e la valletta che lo racchiude costituiscono il più piccolo Sito di interesse Comunitario del Piemonte (IT1120016), con una superficie totale di 21 ettari; un’area umida per eccellenza, ossia un ecosistema dove l’acqua è il fattore principale che controlla l’ambiente e la vita vegetale e animale, e che costituisce una Zona Speciale di Conservazione di grande valenza ambientale per la riproduzione di anfibi, la cui gestione è affidata all’Ente di gestione delle Aree protette della Valsesia.

Il lago è poco più che uno stagno: meno di 600 metri di lunghezza, considerando i due specchi d’acqua, per 60 metri di larghezza e 5 metri di profondità massima. E’ privo di un vero immissario ed è alimentato da due piccole sorgenti e dalle acque piovane che circolano sui versanti e che, infiltrandosi nei sedimenti, riaffiorano più a valle. I depositi che dividono il bacino principale da quello più piccolo costituiscono il prolungamento di una frana che, staccatasi dal versante, ha sbarrato in parte la vallecola glaciale; essendo costituiti da detriti permeabili, lasciano filtrare l’acqua in profondità, facendola sgorgare più a valle verso l’abitato di Quarona, dove vi si giunge percorrendo una stretta forra detta “Bunda Tuppa” (valle buia).

Durante l’anno è soggetto a notevole fluttuazione del livello dell’acqua e le sue sponde, prevalentemente rocciose, ospitano in alcuni tratti una rigogliosa vegetazione igrofila di bordo. La zona paludosa ubicata a nord del lago è colonizzata dalla Molinia cerulea, una graminacea con alte foglie taglienti, mentre appena a valle del laghetto più piccolo a fine inverno il sottobosco è costellato di bellissimi fiori bianchi di Leucojum vernum, meglio conosciuto col nome più bucolico di Campanellino di primavera, che predilige, infatti, ambienti umidi e cresce prevalentemente presso le rive di ruscelli o sui bordi di paludi o stagni.

In alcuni periodi dell’anno sulla superficie del lago galleggia una specie acquatica, rara e molto rara in Italia, dai vivaci fiori gialli, ed estremamente importante per l’elevata capacità ossigenante delle acque: la Nymphoides peltata o Limnantemo. Di grande effetto, ma non autoctona, in quanto introdotta di recente, è la ninfea bianca (Ninphaea alba) presente in alcuni periodi con splendidi esemplari.

Habitat e biodiversità

L’area è caratterizzata da due habitat di interesse comunitario, entrambi di tipo forestale: boschi di castagno e boschi di ontano nero. Essi ospitano una ricca avifauna costituita da falchi, poiane, gheppi e allocchi, per quanto riguarda i rapaci; tra le altre specie troviamo il merlo, il pettirosso, il picchio verde, il picchio rosso maggiore, il picchio muratore, il fringuello, il ciuffolotto, la ghiandaia, la cinciallegra, la cincia bigia, lo scricciolo comune, la capinera, il luì piccolo, lo zigolo muciatto e il corvo imperiale. Indagini condotte negli ultimi cinque anni hanno consentito di contare 26 specie diverse di uccelli. Inseriti in Direttiva Uccelli troviamo il falco pecchiaiolo, il nibbio bruno, il succiacapre e il picchio nero. Tra gli uccelli acquatici, direttamente attratti dalla piccola raccolta di acqua, abbiamo osservato l’airone cenerino, lo smergo maggiore e, durante la migrazione primaverile, il piro-piro piccolo e culbianco.

I mammiferi sono rappresentati da ghiri e scoiattoli e dai più elusivi volpe e capriolo. Esclusivamente notturni, ma se ne possono individuare le tracce, il tasso, il cinghiale e la martora. Anche i rettili hanno qui un loro rappresentante inserito nell’allegato IV della Direttiva Habitat: la lucertola muraiola (Podarcis muralis).

Il Lago è inoltre un hotspot di biodiversità per gli odonati: in estate danzano sull’acqua decine di libellule colorate appartenenti a 23 specie di cui 15 anisotteri (chiamati dragoni per il corpo massiccio) e 8 zigotteri (detti anche “damigelle” in quanto delicate e dal volo sfarfallante). Considerate le piccole dimensioni dell’area umida, la ricchezza specifica della comunità di odonati del Lago di S. Agostino è incredibilmente alta, pari al 24% di quella complessiva italiana, ad un terzo di quella piemontese e al 49% di quella della provincia di Vercelli. Dal punto di vista conservazionistico, non vi sono specie di interesse comunitario negli allegati della Direttiva Habitat 92/43/CE, ma due libellule sono classificate come quasi minacciate (Near Threatened-NT) nella Lista rossa europea: il guardaruscello collinare (Cordulegaster bidentata) e la smeralda metallica (Somatochlora metallica) la cui presenza nell’area del Mediterraneo è minacciata per la perdita di zone umide quali paludi, laghi boscosi e ruscelli a lento scorrimento con vegetazione ricca.

Il grande “vip”

Il maggior interesse naturalistico dell’area è costituito dalla presenza di anfibi, anuri e urodeli; rana temporaria (Rana temporaria), tra le specie inserite negli allegati della Direttiva Habitat, il tritone punteggiato (Triturus vulgaris) e infine il “Vip” del luogo: il rospo comune, scientificamente o simpaticamente chiamato Bufo bufo. La copiosa presenza in primavera è legata al periodo riproduttivo che è influenzato dalla temperatura, dalle precipitazioni e dalla luna piena, in genere il terzo plenilunio dell’anno, che può coincidere con la settimana precedente la Pasqua (dato che questa festività corrisponde alla prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera).

In questo periodo, infatti, i batraci si mettono in movimento in gran numero per raggiungere l’area riproduttiva; qui il maschio si accoppia con la femmina e feconda migliaia di uova mentre vengono deposte sul fondo del lago in lunghi cordoni gelatinosi. Attratti dall’evento, turisti, appassionati e naturalisti si recano nella piccola area protetta per godersi lo spettacolo, perché una concentrazione così alta di rospi è davvero difficile da trovare.

Comune ma non troppo

Sebbene sia stato un animale fra i più diffusi in Piemonte, negli ultimi anni il numero di esemplari di questa specie si è ridotto drasticamente a causa del clima e dell’antropizzazione; strade, abitazioni e infrastrutture hanno in molti casi eliminato le aree umide d’importanza vitale per la specie o hanno creato barriere e ostacoli che impediscono o complicano gli spostamenti verso i siti di riproduzione e molti esemplari finiscono schiacciati ancora prima di riprodursi. Chi invece ce la fa, può perdere la vita durante la fase di accoppiamento per la predazione da parte di falchi, poiane, corvi e ricci.

Un ulteriore elemento di rischio per la sopravvivenza del rospo comune è costituito dalle specie ittiche alloctone che si nutrono delle loro uova e dei girini e che ormai rappresentano la metà di tutti i pesci del Piemonte.

La comunità ittica presente in questo piccolo lago non è originaria ma frutto di introduzione in quanto l’invaso è privo di immissari.

Sebbene il laghetto di Sant’Agostino sia privo di immissari, la comunità ittica presente, frutto di introduzioni, è piuttosto rilevante ed è rappresentata da elementi alloctoni quali il persico sole (Lepomis gibbosus) e il persico trota (Micropterus salmoides), e dagli autoctoni cobite italico (Cobitis bilineata) e scardola (Scardinius hesperidicus). La popolazione abbondante e strutturata del cobite italico, benché specie introdotta, ha comunque un notevole interesse conservazionistico: minacciato dalla sempre più cospicua presenza del cobite danubiano (Cobitis cfr. elongatoides), è un taxon endemico del bacino del Po inserito nell’Allegato II della Direttiva Habitat.

Misteriosa e magica

L’area è sicuramente “Speciale” e non solo per la biodiversità. Attraverso la toponomastica si intuisce come questo laghetto e la zona che lo circonda fossero considerati, nei secoli passati, luoghi misteriosi, frequentati dal diavolo e da streghe: Sass dij Strij e dl’Ava Corna (Sasso delle Streghe e dell’Acqua Corna, ossia acqua del Maligno dalle lunghe corna) da cui sgorga acqua che si pensava provenisse dagli inferi. Il mistero che avvolge il luogo è rafforzato dalla presenza di coppelle, piccole cavità emisferiche scavate artificialmente nella roccia, il cui significato è legato principalmente a culti sacrali, rituali magici, offerte votive (cibo, unguenti, sangue) o come contenitori di lucerne in cerimonie o ancora come mappe della volta celeste. Spesso sono associate al culto dell’acqua o della fertilità. Qui le troviamo incise sulla superficie piatta di un grosso masso collocato lungo il sentiero nel boschetto poco a nord del lago, chiamato Sass dl’a Baceja (recipiente di legno, dal dialetto) e su un altro masso ai piedi del poggio Pianale, presenti in numero cospicuo di ben 19 coppelle.

Leggende, favole e misteri a parte, una “magia” senz’altro avvolge questo luogo. Lasciato il fondovalle e seguendo il sentiero in salita che in una manciata di minuti conduce al colletto posto tra il Poggio Pianale e il Poggio Cerei, a 540 metri di quota, la valle del silenzio sembra dissolversi alle nostre spalle, le orecchie odono rumori che prima non c’erano e davanti a noi appare un altro ambiente, completamente antropizzato. La strada trafficata della Valsesia si snoda ai piedi dei rilievi collinari, affiancata dalla ferrovia e da un canale d’acqua artificiale; l’area industriale di Roccapietra costruita sul fondovalle produce rumori sordi e le macchine di movimento terra che operano sui depositi alluvionali del Sesia emettono forti suoni. 

Lasciati i pochi resti dell’antico castello di Arian e della cisterna per l’acqua dell’XI secolo, posti in prossimità della cresta spartiacque a picco sul versante ovest, si riprende il cammino di rientro scendendo ad est, verso il lago, e dopo qualche secondo di marcia, i rumori prodotti dalle attività umane svaniscono, grazie alla piccola dorsale collinare che si estende parallelamente alla Valsesia e che funge da barriera acustica. Di nuovo si è avvolti dal silenzio; eppure il luogo è pieno di creature. Visitando l’area al mattino presto in prossimità del bosco, poco dopo la Cappella di Sant’Agostino, la valletta riecheggia di suoni naturali: un coro armonioso di canti e richiami di uccelli. Probabilmente Don Luigi Ravelli non l’aveva mai visitata prima che il sole sorgesse.

Per approfondimenti:

Laghetto di Sant’Agostino IT1120016

Partenza da Roccapietra, Comune di Varallo Sesia

Quota 441 m slm

Sentiero 624-624a

Tempo di percorrenza 20 minuti

Partenza da Quarona

Quota: 406
Sentiero: 732-624-624a

Tempo di percorrenza: 2 ore e 15 minuti

 

Mappe, sentieri e Misure di conservazione Sito Specifiche

Sito AAPP Valle Sesia

Sito CAI Varallo

Traccia GPS: sentiero_624_catasto_624.zip

Traccia KMZ: sentiero_624_catasto_624.kmz

 


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