Emilia Romagna

Uno Bianca, Roberto Savi tace davanti ai magistrati


Roberto Savi ha scelto il silenzio. Fabio Savi, invece, ha risposto ad alcune domande dei magistrati. Si è concluso così l’atteso interrogatorio dei due fratelli, protagonisti della stagione criminale della Banda della Uno Bianca, sentiti nel carcere di Bollate nell’ambito della nuova inchiesta aperta dalla Procura di Bologna. L’interrogatorio, iniziato nella mattinata di giovedì 11 giugno, si è concluso dopo circa due ore. Il procuratore capo di Bologna Paolo Guido e la procuratrice aggiunta Lucia Russo hanno lasciato il penitenziario milanese poco dopo le 13 senza rilasciare dichiarazioni. I verbali degli interrogatori, così come gli altri atti dell’indagine, restano coperti dal segreto istruttorio.

Roberto Savi si avvale della facoltà di non rispondere

Secondo quanto emerso, Roberto Savi, ex poliziotto e considerato il leader della banda, si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai magistrati bolognesi. Fabio Savi, detenuto nello stesso istituto penitenziario e unico componente non appartenente alle forze dell’ordine tra i vertici del gruppo criminale, avrebbe invece accettato di rispondere ad alcune domande formulate dagli inquirenti. La scelta dei due fratelli arriva dopo settimane di polemiche e di attenzione mediatica seguite alle recenti interviste televisive rilasciate da entrambi.

La nuova inchiesta della Procura di Bologna

L’attività investigativa nasce da un esposto presentato dai familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca. La Procura di Bologna ha aperto due fascicoli per concorso in omicidio contro ignoti, con l’obiettivo di verificare l’eventuale esistenza di complici, mandanti o coperture che possano avere favorito il gruppo criminale durante gli anni delle stragi. L’inchiesta è coordinata dalla procuratrice aggiunta Lucia Russo e dal sostituto procuratore Andrea De Feis. Secondo gli inquirenti, restano ancora aspetti da chiarire su alcuni dei più gravi delitti attribuiti alla banda, che tra il 1987 e il 1994 seminò il terrore tra Emilia-Romagna e Marche.

Le dichiarazioni a Belve Crime e l’ombra dei Servizi segreti

L’interrogatorio di Roberto Savi è stato disposto anche alla luce delle dichiarazioni rese lo scorso maggio durante la trasmissione”Belve Crime”. In quell’occasione l’ergastolano aveva sostenuto che, almeno in alcuni episodi, la banda avrebbe ricevuto indicazioni o pressioni da parte dei servizi segreti per compiere alcuni omicidi. Parole che hanno riacceso interrogativi mai del tutto sopiti su una delle vicende criminali più controverse della storia italiana. A fornire una versione diametralmente opposta era stato invece Fabio Savi, intervistato poche settimane dopo dalla trasmissione Mediaset “Quarto Grado”. In quell’occasione aveva escluso l’esistenza di coperture o protezioni esterne, sostenendo che la banda agì autonomamente. Versioni incompatibili che hanno contribuito a spingere la procura a convocare entrambi i fratelli.

I delitti al centro degli accertamenti

Tra gli episodi sui quali si concentrano gli approfondimenti investigativi figurano alcuni dei delitti più sanguinosi attribuiti alla Uno Bianca. In particolare gli inquirenti stanno verificando eventuali elementi nuovi relativi all’omicidio dei carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi, assassinati a Castel Maggiore il 20 aprile 1988, e al duplice omicidio di Licia Ansaloni e Pietro Capolungo, uccisi il 2 maggio 1991 durante l’assalto all’armeria di via Volturno a Bologna. Sono episodi che ancora oggi rappresentano ferite aperte nella memoria della città e delle famiglie delle vittime.

Potrebbero essere sentiti anche gli altri componenti della banda

L’attività investigativa potrebbe ora estendersi agli altri componenti della Uno Bianca ancora in vita. La procura potrebbe infatti convocare nei prossimi mesi anche Alberto Savi, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Non potrà invece essere ascoltato Pietro Gugliotta, morto suicida nel gennaio scorso.

Ventiquattro vittime e oltre cento feriti

La Banda della Uno Bianca è responsabile di una delle più lunghe e sanguinose sequenze criminali della storia repubblicana. Tra il 1987 e il 1994 il gruppo, composto in gran parte da poliziotti in servizio, realizzò rapine, assalti e omicidi che provocarono la morte di 24 persone e il ferimento di oltre cento. Tra gli episodi più noti figurano la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, nella quale vennero uccisi i carabinieri Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, e numerosi assalti armati a esercizi commerciali, distributori di carburante e caselli autostradali.

La rabbia dei familiari delle vittime

Al termine degli interrogatori è arrivata la dura presa di posizione di Alberto Capolungo, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca. “È vergognoso che uno vada in televisione a lanciare messaggi senza alcuna prova e poi davanti ai magistrati scelga di non parlare”, ha affermato riferendosi a Roberto Savi. Per Capolungo le versioni opposte fornite dai due fratelli rappresentano un ulteriore elemento di sfiducia. “È ancora più grave che due assassini che hanno partecipato a tutti gli eventi diano versioni così contrastanti. Questo dimostra che non possiamo assolutamente fidarci delle loro parole, delle loro illazioni o dei loro silenzi”. A oltre trent’anni dai delitti della Uno Bianca, le famiglie continuano a chiedere che venga fatta piena luce su eventuali responsabilità mai emerse e su possibili complicità ancora rimaste nell’ombra.


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