Una verità che arriva dopo anni di silenzio

Letizia Giorgianni, eletta alla Camera dei deputati con Fratelli d’Italia, ha commentato gli ultimi sviluppi della vicenda Banca Etruria.
“La recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze, che condanna l’ultimo presidente di Banca Etruria e ribalta parte dei verdetti di primo grado, conferma finalmente ciò che, come presidente dell’Associazione vittime del salvabanche, sosteniamo da anni: non si è trattato di una semplice crisi di mercato, ma di una ferita profonda inferta alla fiducia dei risparmiatori italiani.
Nel processo di primo grado, davanti al tribunale di Arezzo, un vasto numero di ex dirigenti e membri degli organi di amministrazione era stato assolto con la formula “perché il fatto non sussiste”, come se l’operato di quei vertici potesse essere ricondotto al normale rischio d’impresa e non configurasse alcuna responsabilità penale. Una decisione che lasciò migliaia di risparmiatori senza giustizia, già duramente colpiti da perdite enormi e, in molti casi, irreversibili.
Eppure la procura di Arezzo, anche grazie ai nostri esposti, aveva svolto un lavoro approfondito, raccogliendo elementi, documentazione e ricostruzioni che delineavano un quadro ben più grave di una semplice gestione sfortunata. Non mancavano i fatti, non mancavano le prove: mancò, allora, il riconoscimento giudiziario di quelle responsabilità.
Oggi, con il giudizio di secondo grado, quella lettura viene finalmente messa in discussione. La Corte d’appello ha ritenuto che alcune scelte gestionali non possano essere liquidate come fisiologico rischio imprenditoriale e ha accertato responsabilità dirette in capo a chi stava al vertice dell’istituto.
In quegli anni, grazie all’associazione da me fondata, abbiamo protestato davanti alle banche, scritto alla Banca d’Italia, organizzato manifestazioni, incontrato istituzioni e media per dare voce a chi non aveva difese. Abbiamo chiesto verità e giustizia, senza mai mollare, anche quando sarebbe stato più comodo voltarsi dall’altra parte. Questa sentenza non cancella anni di dolore, ma dimostra una cosa, oggi incontestabile: la battaglia che abbiamo condotto era sacrosanta e non certo infondata”.
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