Ex Ilva, nuovo stop dei giudici “Gli altiforni vanno spenti”

L’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto va fermata entro il 26 ottobre. La discussione del ricorso in Cassazione, fissata per il 20 ottobre, non rappresenta un fatto nuovo tale da giustificare la sospensione del provvedimento di spegnimento, ma un passaggio meramente consequenziale, che non modifica la tutela degli interessi in gioco. La Corte d’appello di Milano respinge per la seconda volta l’istanza cautelare presentata da Ilva spa e Acciaierie d’Italia. I giudici ribadiscono che prevale il bilanciamento tra interessi. Il rischio di pregiudicare ulteriormente l’attività e il futuro del complesso siderurgico, derivante dallo spegnimento degli altiforni, è comunque cedevole di fronte al preminente diritto alla salute.
Le ragioni dei ricorrenti
Il ricorso delle due società faceva leva proprio sui costi di ripristino dell’area a caldo, stimati in circa 830 milioni di euro, e sulle ricadute negative su lavoratori e indotto. Il collegio, però, le ha ritenute non decisive. A sostegno dello stop, i giudici richiamano anche l’articolo 41 della Costituzione, che vieta all’iniziativa economica privata di recare danno a salute e ambiente.In attesa delle pronuncia della Cassazione, le procedure di spegnimento, già avviate a settembre, devono andare avanti. I giudici, infatti, non hanno concesso neanche l’«autorizzazione» a mantenere gli impianti in preriscaldo (in pratica accesi senza produrre). Per le società, questo assetto avrebbe preservato la possibilità di riavviare la produzione. L’interesse cautelare, sottolineano i giudici, appare «fortemente ridimensionato», perché all’udienza è stato segnalato che l’attività produttiva è già in via di sospensione. «La salute vince ancora su un pregiudizio economico giudicato sempre più cedevole e pretestuoso», esulta l’avvocato Ascanio Amenduni, uno dei legali dei cittadini di Taranto che hanno chiesto lo stop del complesso siderurgico.
Il pressing sul governo
Anche se l’ultima parola spetterà alla Cassazione, il provvedimento della Corte d’appello riaccende il dibattito e le polemiche. Da più parti si chiama in causa il governo, che a metà settembre aveva congelato l’adozione di misure straordinarie a tutela dei poco meno di 10mila addetti degli impianti del siderurgico, oltre ai 5mila dell’indotto, in attesa dell’esito del ricorso alla Suprema corte. La decisione dei giudici di ultima istanza è dirimente anche per le 14 imprese italiane del settore che, insieme con Federacciai, hanno manifestato l’interesse a partecipare alla gara per l’acquisizione dell’ex Ilva, per la quale esistono già le offerte degli indiani di Jindal Steel International e di Flacks Group. La proposta della cordata italiana sarà formulata dopo che sarà chiaro il destino dell’area a caldo. Se lo stop diventasse definitivo, cambierebbe il destino della siderurgia italiana e si aprirebbe la strada a una cig di massa per i lavoratori. Una prospettiva, quest’ultima, che i sindacati chiedono di evitare a tutti i costi.
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