Cultura

Un thriller con gemelle e omicidi: la serie con Sarah Michelle Gellar che tutti dovrebbero vedere

C’è qualcosa di particolarmente doloroso quando una serie televisiva promettente viene cancellata dopo una sola stagione. Non è solo la frustrazione di non vedere una storia completata, ma quella sensazione sospesa di non sapere mai come sarebbe andata a finire. Per i fan di Ringer, crime thriller andato in onda su The CW nel 2011, quella ferita non si è mai del tutto rimarginata. Più di un decennio dopo la sua cancellazione, la serie con Sarah Michelle Gellar protagonista in un doppio ruolo continua a essere ricordata come un’occasione sprecata, un esperimento narrativo ambizioso stroncato troppo presto. Sarah Michelle Gellar sarà per sempre Buffy Summers, la cacciatrice di vampiri che ha definito un’intera generazione di televisione young adult. Ma Ringer rappresentava qualcosa di diverso, un tentativo di reinventarsi in un territorio più adulto e stratificato. La serie, trasmessa accanto a titoli come Gossip Girl, 90210 e The Vampire Diaries, si distingueva per un’atmosfera più cupa e un intreccio da thriller psicologico che puntava a un pubblico leggermente più maturo.

La premessa è quella che fa brillare gli occhi a qualsiasi sceneggiatore: Bridget Kelly è una donna in fuga. Ex tossicodipendente in fase di recupero, vive in Wyoming cercando di ricostruire la propria vita pezzo dopo pezzo. Tutto cambia quando assiste a un omicidio commesso dal suo capo, Bodaway Macawi, interpretato da Zahn McClarnon, oggi volto noto della serie Dark Winds su AMC. Bridget accetta di testimoniare, con la promessa dell’agente dell’FBI Victor Machado, interpretato da Nestor Carbonell, che la proteggerà. Ma quando altri testimoni iniziano a finire morti, Bridget capisce che le promesse di protezione valgono poco contro un killer determinato. Così fugge a New York, dove ritrova Siobhan, la sorella gemella ricca e affermata con cui non parla da anni. Quello che inizia come un tentativo di riconciliazione si trasforma in qualcosa di molto più oscuro: durante una gita in barca, Siobhan scompare. Bridget si sveglia sola, assume che la sorella si sia suicidata e prende una decisione che cambierà tutto. Decide di rubare l’identità di Siobhan, di diventare lei.

È qui che Ringer mostra il suo vero potenziale. Bridget si ritrova catapultata in un mondo che non conosce, costretta a interpretare il ruolo di una donna della quale sa pochissimo. Il marito di Siobhan, Andrew, interpretato da Ioan Gruffudd, è distante e impenetrabile. C’è una figliastra adolescente viziata, Juliet, il cui volto è quello di una giovanissima Zoey Deutch, oggi star affermata di Hollywood. E poi c’è la scoperta più sconvolgente: Siobhan aveva una relazione extraconiugale con il marito della sua migliore amica, interpretato da Kristoffer Polaha. L’unica persona a conoscenza della vera identità di Bridget è Malcolm, il suo sponsor negli Alcolisti Anonimi, interpretato da Mike Colter, che anni dopo sarebbe diventato Luke Cage nell’universo Marvel. Ma anche questa ancora di verità non basta a stabilizzare una vita costruita su menzogne sempre più complicate. Perché Siobhan non aveva solo segreti sentimentali: qualcuno, forse, voleva ucciderla. E ora Bridget deve capire chi, prima che quel qualcuno scopra lo scambio di identità.

In 22 episodi, Ringer brucia le tappe narrative con una velocità che oggi appare quasi anacronistica. Niente diluizioni, niente tempi morti: ogni episodio sposta le pedine sulla scacchiera, introduce nuove rivelazioni, ribalta certezze. Per una serie andata in onda quando il formato da 22 episodi a stagione era ancora lo standard del network televisivo, Ringer dimostra un ritmo serrato che anticipa le future serializzazioni compresse dello streaming. Sarah Michelle Gellar si diverte visibilmente a interpretare due personaggi così diversi. Bridget è vulnerabile, impulsiva, costantemente sull’orlo del baratro emotivo. Siobhan, quando appare nei flashback e nei colpi di scena successivi, è calcolatrice, fredda, manipolatrice. Gellar riesce a differenziarle non solo attraverso il vestiario o l’acconciatura, ma con microespressioni, posture, modi di parlare. È un lavoro attoriale sottile che impedisce allo spettatore di confondersi, anche quando la trama gioca proprio su quegli scambi di identità.

Anni dopo, Sarah Michelle Gellar rivelò un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di ironia alla vicenda: lei stessa aveva rifiutato una seconda stagione. Era incinta e non se la sentiva di affrontare i ritmi di produzione massacranti che una serie da network richiedeva, soprattutto considerando il doppio ruolo. Una decisione comprensibile, umana, ma che lascia inevitabilmente un senso di incompiuto. Cosa sarebbe potuto diventare Ringer con una seconda, terza, magari quarta stagione? Le domande rimaste senza risposta sono tante. I personaggi meritavano ulteriore sviluppo, alcune sottotrame richiedevano chiusure più soddisfacenti. Ma forse è proprio questa incompletezza a rendere la serie così affascinante ancora oggi.


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