Ulisse e la leadership: Nolan esplora l’ambivalenza dell’eroe

È in questo celeberrimo episodio del canto IX che il ritratto si complica. Il colpo da maestro di Ulisse consiste nell’accettare, per il tempo di un’astuzia, di non essere nessuno. Noi facciamo il contrario: la nostra epoca celebra il dirigente che ha un nome, un marchio, una presenza, il dirigente-star, la firma personale, il profilo che brilla. Nulla di nuovo, del resto: a Troia, la Grecia aveva il suo eroe della gloria, Achille, pronto a morire giovane purché il suo nome attraversasse i secoli, come ricordano i convitati del Simposio di Platone, Fedro e Socrate. Tuttavia, contrariamente all’Iliade, il cui titolo designa la guerra di Troia («Ilio»), l’Odissea prende il nome dal suo eroe, Ulisse: l’uomo. Non è più l’epopea della guerra, ma quella dell’umanità, dell’erranza con il rischio della perdita di sé, di cui il mare diventa il teatro ideale, tra superficie liscia e profondità agitata, uno spazio in cui ci si può perdere, ma in cui il buon navigatore utilizza dei punti di riferimento per arrivare in porto.
Apparentemente, l’Odissea fa vincere chi sa cancellarsi e fa perdere chi non lo sopporta: appena tratto in salvo, esaltato, Ulisse grida il suo vero nome a Polifemo e gli offre ciò che serve per maledirlo fino a Itaca. Lo stesso uomo trionfa chiamandosi «nessuno» e si perde non appena vuole essere riconosciuto come «Ulisse, Flagello delle città, figlio di Laerte e nobile cittadino di Itaca» durante l’episodio del Ciclope. Deve ancora errare e farsi riconoscere successivamente dal porcaro, Eumeo, da suo figlio Telemaco, dal suo cane, Argo, che muore subito dopo aver ritrovato il suo padrone, poi dalla nutrice, Euriclea, per mezzo della cicatrice e infine da Penelope, per ridiventare Ulisse e riconquistare il proprio trono, questa volta a proprio nome. Quale Ulisse vede giusto?
Ulisse non è un capo perfetto
Il re errante modella il nostro immaginario del capo, ma è ben lontano dall’essere un capo perfetto ed è questo a renderlo interessante. Gli capita di ascoltare i suoi con un orecchio distratto: sull’isola del Ciclope, i suoi compagni lo supplicano di ripartire; troppo curioso, vuole vederlo e sapere se gli farà «i doni» dell’ospitalità greca tradizionale. Fa di testa propria e i suoi uomini lo pagano con la vita. Altrove, è lui a non essere più ascoltato. Ascoltare male, o non riuscire a farsi ascoltare: il poema pone senza risolvere le due facce dello scoglio manageriale.
Non dimentichiamo neppure che, se l’Odissea conta ventiquattro canti, i primi quattro non sono dedicati a Ulisse assente, ma a Telemaco e che, molto spesso, noi conosciamo solo i canti IX-XII, che sono in realtà un racconto di Ulisse, un «flashback», direbbe Christopher Nolan, offerto alla corte dei Feaci. Le sirene? I Lotofagi? Il regno dei morti, le mandrie di Elio, i Ciconi, i Lestrigoni, l’otre di Eolo? Tutto non è che lo story-telling di Ulisse accolto dal re Alcinoo sull’isola dei Feaci. Dobbiamo credergli quando mette in scena la sua astuzia, i suoi «epic fails» e le sue esitazioni? Non c’è dubbio che il regista di Inception saprà trarre vantaggio da questa problematica di incastri temporali e di punti di vista, che sono anche questioni manageriali…
Arriva infine la domanda che dà le vertigini. Ulisse raggiunge il suo obiettivo: torna a Itaca ma… Da solo. Più di settecento uomini sono morti lungo il cammino. Missione compiuta? Nel linguaggio di oggi: un burn-out collettivo per raggiungere l’obiettivo fissato. L’Odissea racconta un nostos, un ritorno, la parola greca che ci ha lasciato in eredità la nostalgia, ma non si trattava forse di tornare con i propri compagni? In questa prospettiva, l’eroe ha fallito.
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