Ue e Nato pensano a una exit strategy in caso di ritiro Usa – Altre news
BRUXELLES – Le follie dell’imperatore Trump iniziano ad avere un impatto sulla Nato. Benché al quartier generale dell’Alleanza l’imperativo resti “calma e gesso”, e al momento non si veda nessun impatto concreto a seguito delle minacce di disimpegno lanciate da The Donald, tra le capitali si fa largo l’esigenza di mettere a terra un ‘piano B’. Ovvero che fare se l’impensabile – il disimpegno degli Usa – dovesse materializzarsi. La risposta è sempre la stessa e segue più o meno quanto si sta facendo ormai da tempo: rafforzare la componente europea della Nato e far sì che le sue strutture possano essere usate per la difesa del Vecchio Mondo.
A raccogliere l’ultimo round d’indiscrezioni è il Wall Street Journal, tradizionalmente molto ben informato su quanto accade sul lato americano dell’Alleanza. La Germania, che sinora si era dimostrata la più restia tra le grandi potenze militari europee a contemplare una Nato orfana degli Usa (al contrario di Francia e Gran Bretagna, sorelle del formato E3), ha finalmente fatto i conti con la realtà e, sull’onda del conflitto in Iran, ha deciso di valutare più nel dettaglio le possibili opzioni sul tavolo. Piani veri e propri, assicurano diverse fonti diplomatiche consultate dall’ANSA, non ce ne sono: l’argomento, al quartier generale, è tabù e la conversazione si articola quindi tra le capitali. “Non è una cosa che si può discutere alla presenza degli Stati Uniti anche perché, francamente, ci si può pure domandare cosa fare se dovessero diventare apertamente ostili“, sottolinea una fonte alleata.
Riassumendo. Un conto è parlare di Nato senza gli Usa, un altro di Nato con meno Usa. E se nel primo caso siamo ancora al ‘carissimo alleato’ nel secondo, invece, il lavoro è già in atto ma, sempre sull’onda degli eventi iraniani, ora vi è l’esigenza di “accelerare”. Gli obiettivi di capacità per il 2025 e oltre, infatti, riducono già, progressivamente, il contributo americano alla pianificazione delle forze in seno alla Nato nonché una maggiore rappresentanza europea nei ruoli di alto comando o di un contributo maggioritario degli europei al modello di forze alleato. Per quanto riguarda l’esigenza di aumentare il passo, si tratta di una discussione per lo più informale, che coinvolge i principali attori militari europei (E3, E5 e alcuni paesi nordici). Ma richiede che gli Stati Uniti chiariscano la propria posizione in merito ai contributi ai piani militari e alle forze della Nato, anche in assenza della revisione formale della loro postura, ancora non pervenuta.
L’Europa, sulla difesa, ha cambiato ritmo e non è un segreto. La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen in questi giorni riceve i vertici dell’Alleanza – per primo il Comandante Supremo, il generale Alexus Grynkewich, sarà poi la volta del segretario generale, Mark Rutte – e gli incontri, spiega il portavoce di Grynkewich, vanno visti “nel contesto di una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa in materia di sicurezza e della necessità di potenziare le nostre capacità difensive, il che richiede un aumento della produzione nel comparto bellico”. Bruxelles, in mancanza di un cigno nero, lavora con lo schema di “sfruttare la forza collettiva sia della Nato che dell’Ue” puntando al famoso pilastro europeo.
Ma c’è chi pensa fuori dalla scatola. Il commissario europeo alla Difesa, Andrius Kubilius, in audizione all’Eurocamera è tornato a caldeggiare la sua idea di un contingente congiunto blustellato per sostituire gli 80-100mila militari Usa attualmente di stanza in Europa, che svolgono “un ruolo di reazione rapida”. “Gli esperti dicono che per ottenere quella qualità abbiamo bisogno di una forza europea in prima linea permanente invece che di una combinazione dei 27 eserciti”, ha evidenziato. La sua proposta per ora è vista con grande scetticismo, sia nella Nato che nell’Ue. L’ex premier lituano però è granitico: “Ci si arriverà, vedrete”.
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