Calabria

Le dichiarazioni dei pentiti sulla guerra tra cosche nella faida delle pre-Serre vibonesi

I collaboratori di giustizia, praticamente da subito, avevano inquadrato il tragico omicidio di Filippo Ceravolo nella faida tra i Loielo e gli Emanuele. Il pentito Nicola Figliuzzi, prima vicino ai Loielo, aveva svelato che «nel corso degli incontri fatti con Rinaldo Loielo, mi erano stati indicati una serie di soggetti che bisognava uccidere, per riprendere il controllo delle estorsioni, della droga e, in generale, il potere sul territorio». In particolare aveva fatto il nome di Domenico Tassone e Giovanni Emmanuele ritenuti componenti del gruppo di fuoco del clan avverso. A puntare il dito verso i Loielo era stato anche il collaboratore Raffaele Moscato. In un verbale del 2015 aveva raccontato di essere andato a casa di Franco Idà, ritenuto vertice degli Emanuele. In quell’occasione la moglie di Idà scoppiò a piangere perché «diceva che avevano ucciso un innocente, che era un peccato di Dio e che qua e di là, come nel senso che li malediceva, nel senso che avevano fatto un grande peccato ad uccidere un innocente quindi non facevano assolutamente parte del gruppo loro». Moscato aveva aggiunto quanto riferitogli da un altro soggetto «che mi ha detto che era morto un innocente per aver chiesto un passaggio, che i killer volevano colpire il Tassone che invece è rimasto in vita».
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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