Tra Provvidenza e potenza: lo scontro tra America e Papato nel nuovo ordine globale
20 aprile 2026 – ore 16:30 – Premessa – Il furioso attacco di Donald Trump al Pontefice ha determinato inevitabilmente reazioni in tutto il mondo, indignando gran parte dell’opinione pubblica, nonché suscitando, in diversi ambienti americani e non, anche perplessità sulla stessa salute mentale del presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, molto poco è stato detto sul perché tutto ciò sia accaduto. Come sovente accade nel nostro piccolo giardino di casa, ci raccontano diversi esperti, commettiamo spesso gli stessi errori:
a) il primo errore sarebbe rappresentato dall’esprimere giudizi applicando agli avvenimenti che ci coinvolgono le matrici di logica che usiamo abitualmente nel nostro quotidiano;
b) il secondo errore apparirebbe risiedere nell’intera Europa, dove non riusciamo ad accettare che, in altre parti del mondo, anche negli Stati Uniti, il fattore religioso possa rappresentare la base sulla quale si costruisce un percorso politico. Noi europei, sostanzialmente, ci viene rimarcato da più parti da tempo – in verità anche da diversi Pontefici – siamo decisamente secolarizzati e, pertanto, riteniamo non più accettabile che la fede, la Chiesa o comunque il fattore religioso possano rappresentare la vera ispirazione di un pensiero politico occidentale.
In tale cornice, per meglio comprendere queste complesse e delicate tematiche, ho cercato di capire studiando.
Un passo indietro per capire.
Dobbiamo tornare molto indietro ed esattamente nel 1845, attraverso le parole espresse dal giornalista americano John O’Sullivan (1813-1895), direttore del Democratic Review, il quale fece riferimento, nella sua rivista, al “destino manifesto” dell’America di espandersi su tutto il continente assegnato dalla Provvidenza (divina) per il libero sviluppo dei nostri milioni di abitanti in continua crescita.
L’idea che l’America avesse un destino speciale di estendersi su tutto il continente spinse molti americani a coltivare grandi sogni e a migrare verso ovest.
Secondo diversi storici americani, i nazionalisti più aggressivi invocarono all’epoca il concetto di destino manifesto per giustificare la deportazione degli indiani, la guerra con il Messico e l’espansione americana in Texas, California, nel Pacifico nord-occidentale, a Cuba e in America Centrale. In un’ottica più positiva, altri storici statunitensi affermarono che l’idea ispirò anche missionari, agricoltori e pionieri che sognavano solo di trasformare pianure e valli fertili in fattorie e piccole città.
In ogni caso, lo scrittore Herman Melville, l’autore di Moby Dick, per capirci, scrisse nel periodo che stiamo descrivendo che “noi americani siamo il popolo eletto, il popolo peculiare, l’Israele del nostro tempo”.
Questo pensiero, inoltre, secondo alcuni storici americani, avrebbe trovato origine o ispirazione anche nel concetto dell’“eccezionalismo americano”, espresso dallo scrittore francese Alexis de Tocqueville nel libro Democrazia in America, dopo un suo lungo viaggio svolto dal 1831 al 1832.
Il famoso scrittore francese sosteneva, infatti, che, per motivi geografici, storici, politici, culturali ed economici, gli USA potevano essere definiti “eccezionali”, ossia differenti rispetto a tutti gli altri Stati della Terra.
Ovviamente, nel tempo, questo concetto secondo cui la “Provvidenza divina” avrebbe assegnato agli USA il destino di governare il mondo continua a rappresentare uno dei cardini dei neoconservatori americani e di ampi strati della galassia democratica.
E Donald Trump, in tutto questo?
Il Presidente non solo ha abbracciato totalmente questo concetto, ma lo ha oltremodo esaltato nel tempo, essendo stato educato in istituti presbiteriani.
Pertanto, ci chiediamo allora quale sia il fondamento della dottrina presbiteriana, così influente nel determinare la decisa presa di posizione contro il Pontefice.
In estrema sintesi, possiamo affermare che stiamo parlando di una Chiesa cristiana evangelica, figlia della Riforma protestante, di stampo calvinista, dove l’elemento della “predestinazione” ne rappresenta un aspetto assolutamente peculiare.
Nella “Confessione di Westminster”, documento che espone il credo delle Chiese presbiteriane e riformate, leggiamo testualmente che:
“Dio, da tutta l’eternità, per il più saggio e santo consiglio della Sua volontà, liberamente e immutabilmente ordinò qualunque cosa sarebbe esistita; tuttavia, in modo tale che né Dio è l’autore del peccato, né la violenza è fatta alla volontà delle creature; né è rimossa la libertà o la contingenza delle cause seconde, ma sono piuttosto stabilite.” E più avanti: “Sebbene Dio conosca qualunque cosa potrebbe o possa accadere sulla base di tutte le supposte condizioni, tuttavia Egli non ha decretato nulla perché l’ha previsto come futuro, o come ciò che sarebbe accaduto sulla base di tali condizioni.”
In tale cornice si inserisce Donald Trump, e non solo, perché ricordiamoci che tutta la cultura americana è imperniata e imbevuta di calvinismo e non certo di cattolicesimo.
Questa ideologia profonda, presente in Donald Trump, come in molti altri esponenti della politica, dell’economia e dell’arte americana che lo hanno preceduto, senza distinzione di appartenenza partitica, si fonda proprio sulla predestinazione, ritenendo cioè di essere tra gli “eletti”, tra i “prescelti” da Dio, per cui ogni azione compiuta da “un eletto”, compresa questa folle guerra con l’Iran, deve essere considerata espressione di un volere superiore.
Ora proviamo a chiederci cosa abbia fatto infuriare Donald Trump a tal punto da scatenare questo assurdo contrasto con il Pontefice.
La risposta è semplice: il perdurare, da parte della Santa Sede e in particolare del Pontefice, dei concetti espressi dallo stesso Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso il Vaticano, pronunciati il 9 gennaio 2026.
https://www.americanyawp.com/reader/manifest-destiny/john-osullivan-declares-americas-manifest-destiny-1845/
https://federiformata.wordpress.com/2015/02/24/boettner-la-predestinazione/
Discorso del Santo Padre Leone XIV al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (184 ambasciatori) – Aula della Benedizione, venerdì 9 gennaio 2026
In merito, desidero proporvi tre passi del discorso – in allegato testo completo – perché, meglio di qualsiasi sintesi, identificano il pensiero cattolico sui tempi tumultuosi che stiamo vivendo.
In particolare, il Pontefice ha dichiarato che:
“– … Agostino d’Ippona legge gli avvenimenti e la realtà storica secondo il modello delle due città: la città di Dio, che è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri; e la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte.
Ai nostri giorni, essa comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali. Per Agostino, questa città era incarnata dall’Impero romano. La città terrena è incentrata sull’amore orgoglioso di sé (amor sui), sulla brama di potere e gloria mondana che portano alla distruzione. Non si tratta, tuttavia, di una lettura della storia che intende contrapporre l’aldilà all’aldiquà, la Chiesa allo Stato, né di una dialettica circa il ruolo della religione nella società civile.
Nella prospettiva agostiniana, le due città coesistono fino alla fine dei tempi e posseggono sia una dimensione esteriore sia una interiore, poiché non si misurano solo sugli atteggiamenti esterni con cui esse vengono costruite nella storia, ma anche sull’atteggiamento interiore di ogni essere umano dinanzi ai fatti della vita e agli accadimenti storici.
In tale prospettiva, ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia.
In modo particolare, Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile.
La Città di Dio non propone un programma politico, ma offre preziose riflessioni su questioni fondamentali della vita sociale e politica, come la ricerca di una convivenza più giusta e pacifica tra i popoli. Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista.
Sebbene il contesto in cui ci troviamo a vivere oggi sia diverso da quello del V secolo, alcune analogie rimangono assai attuali. Come allora, siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora, siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora, siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento, ma in un cambiamento d’epoca.
Nel nostro tempo preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé «nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini», ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile.
D’altronde, come nota Sant’Agostino, «non v’è chi non voglia avere la pace. Anche quelli che vogliono la guerra non vogliono altro che vincere; desiderano, quindi, con la guerra raggiungere una pace gloriosa. La vittoria, infatti, non è altro che il soggiogamento di coloro che oppongono resistenza e, quando questo si sarà verificato, vi sarà la pace. […] Anche quelli i quali vogliono che sia rotta la pace, nella quale vivono, non odiano la pace, ma desiderano che sia trasmessa al loro libero potere. Dunque, non vogliono che non vi sia la pace, ma che vi sia quella che essi vogliono».
È proprio questo atteggiamento che ha condotto l’umanità nel dramma della Seconda Guerra Mondiale, dalle cui ceneri sono poi nate le Nazioni Unite, il cui 80° anniversario è stato da poco celebrato. Esse sono state volute dalla determinazione di 51 nazioni come fulcro della cooperazione multilaterale per prevenire future catastrofi globali, per salvaguardare la pace, difendere i diritti umani fondamentali e promuovere uno sviluppo sostenibile.
“– … Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari.
Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo, affinché quest’ultimo possa riacquistare la forza necessaria per svolgere quel ruolo di incontro e mediazione, necessario a prevenire i conflitti, e nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare.
Va poi notato che il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano.
Da questa deriva ne conseguono, purtroppo, altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza. In tale contesto, l’obiezione di coscienza consente all’individuo di rifiutare obblighi di natura legale o professionale che risultino in contrasto con princìpi morali, etici o religiosi profondamente radicati nella sua sfera personale, che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari. L’obiezione di coscienza non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.
– “Le considerazioni che ho presentato inducono a pensare che, nell’attuale contesto, si stia verificando un vero e proprio corto circuito dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e, soprattutto, quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.”
Quando l’ho letto la prima volta sono rimasto abbagliato e stupito. È un discorso rivoluzionario, fortissimo, coraggioso, decisamente politico e cattolico nello stesso istante, capace di coniugare amore per il prossimo, per le libertà fondamentali, contro il pensiero unico, contro il fervore bellico e il voler imporre la pace attraverso la forza e, infine, dove viene esaltata la persona umana in tutte le sue declinazioni.
Forse, consentimelo, proprio per questo il discorso non aveva trovato grande attenzione mediatica.
Ricordiamoci: siamo a gennaio e la guerra in Iran non era ancora scoppiata!
La reazione americana
Malgrado il discorso del Pontefice non fosse stato diretto esplicitamente agli Stati Uniti (gli USA non sono infatti mai nominati nel discorso), il contenuto avrebbe così colpito e irritato l’Amministrazione Donald Trump da determinare, pochi giorni dopo, la convocazione formale del cardinale Christophe Pierre, nunzio apostolico accreditato a Washington (il massimo diplomatico dello Stato Vaticano accreditato negli Stati Uniti), al Pentagono.
In quella occasione, siamo al 22 gennaio, il sottosegretario alla Guerra Elbridge Colby, una figura certamente non di primo piano, simbolo da parte americana di prudenza e, allo stesso tempo, di non considerazione verso la Santa Sede, secondo quanto fatto trapelare da diversi organi di stampa americani, tra cui il cattolico “Letter from Leo”, avrebbe severamente ammonito il Vaticano, fino ad evocare Avignone.
Ovviamente, il Pentagono aveva smentito seccamente questa ricostruzione, affermando in una nota che “il sottosegretario di Stato alla Guerra per le Politiche, Elbridge Colby, aveva avuto un incontro sostanziale, rispettoso e professionale con il cardinale Pierre. Durante l’amichevole incontro, avevano discusso di una serie di argomenti, tra cui questioni di moralità nella politica estera, la logica della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, l’Europa, l’Africa, l’America Latina e altri temi. Il cardinale Pierre ha espresso il suo apprezzamento per l’iniziativa di contatto e entrambe le parti guardano con interesse a un dialogo aperto e rispettoso continuato. Non nutriamo che la più alta considerazione e accogliamo con favore un dialogo continuato con la Santa Sede”.
A questo incontro, secondo alcuni osservatori durissimo, il Pontefice avrebbe risposto con altri interventi contro la guerra in Iran, determinando la nota reazione furiosa di Donald Trump.
Merita evidenziare che, in tale frangente, l’arcivescovo Paul S. Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense, in una dichiarazione in risposta al post sul social media Truth, in cui il presidente Donald Trump aveva criticato duramente Papa Leone XIV, aveva affermato che: “Sono sconfortato per il fatto che il presidente abbia scelto di scrivere parole così denigratorie nei confronti del Santo Padre. Papa Leone non è suo rivale, né il Papa è un politico. È il Vicario di Cristo che parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime”.
Al momento, la tensione tra la Santa Sede e Washington sembra rientrata, sia attraverso le note dichiarazioni del Pontefice pronunciate durante il viaggio apostolico in Angola, sia attraverso quelle concilianti espresse dal cattolico vicepresidente J. D. Vance.
https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2026-04/papa-leone-xiv-dichiarazioni-volo-camerun-angola.html
https://www.theguardian.com/world/2026/apr/17/pope-jd-vance-row-iran-just-war
https://www.nytimes.com/2026/04/14/us/politics/vance-pope-trump-georgia.html
Conclusione
Personalmente, io sono schierato dalla parte di Leone XIV, senza se e senza ma.
Desidero chiudere questo articolo con le parole di padre Giulio Albanese, comboniano, giornalista, grande africanista e ora responsabile della Comunicazione del Vicariato di Roma.
Egli testualmente afferma: “No: chiamarlo semplicemente ‘attacco politico’ sarebbe riduttivo. Quello di Donald Trump è stato uno scatto fuori controllo, un’uscita fuori di testa che segna un livello di aggressività e di mancanza di rispetto raramente visto nei confronti di un Pontefice. Con parole sprezzanti e cariche di arroganza, il presidente americano non si è limitato a criticare Papa Leone: lo ha deliberatamente umiliato, arrivando a insinuare che la sua elezione sia stata una manovra strategica della Chiesa e che, senza di lui, senza Trump, Leone non sarebbe mai arrivato in Vaticano. È un’affermazione che non solo offende la Chiesa, ma rivela una mentalità inquietante: l’idea che persino il Papato debba piegarsi al potere politico e ringraziare. Eppure, in un mondo dove i leader sembrano sempre più prigionieri del consenso, della propaganda e della convenienza, Papa Leone rappresenta oggi l’unico vero statista rimasto sul palcoscenico internazionale: una figura capace di parlare con lucidità, di richiamare alla responsabilità, di difendere la pace e la dignità umana senza trasformare tutto in un ring elettorale. Proprio per questo Trump lo attacca: perché non può controllarlo, non può addomesticarlo, non può usarlo”.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani




