tra crisi e relazioni complesse

La diseducazione sentimentale dei giovani
A stupire davvero è il punto di vista sugli adolescenti, in questo caso Vittoria (Margherita Pantaleo), la figlia di Anna e Paolo. «Insegnando recitazione nei ritagli di tempo ho a che fare con giovani che vanno dai 15 ai 25 anni, quindi conosco perfettamente chi è Vittoria e chi è Blu – Beatrice Savignani, studentessa di filosofia nel film n.d.r. – , ossessiva, ma capace di darsi tutta. I giovani non hanno i filtri del disincanto che, invece, gli adulti sommano con l’esperienza, delusi dalle cose che non sono andate come volevano. I giovani non sono, auspicabilmente, ancora feriti, hanno le verità in tasca e l’ingenuità di pensare che se si ama, lo si fa in modo assoluto e per sempre. Questo li rende forti, potenti, impetuosi e deflagranti. Ma nel personaggio di Vittoria c’è una diseducazione sentimentale, perché i genitori sono egoisti, rivolti verso i propri narcisismi, la propria paura di invecchiare, piuttosto che abbracciare l’invecchiamento e mantenere il ruolo di genitori. Quindi, i figli in un’epoca in cui non si verbalizza più con la voce, con il corpo, ma con un telefonino, sono impreparati alle delusioni formative della crescita, che ti costruiscono un carattere e ti fanno accettare gli abbandoni. Quello che manca veramente ai giovanissimi è lo stare insieme in modo analogico, perché è lì che si forma la nostra collettività, la conoscenza del corpo e come metterlo in relazione con quello degli altri».
La scatola del cinema
In questo il cinema e la sala possono aiutare. «Il cinema è una meravigliosa scatola ottica in cui ci si ritrova tutti insieme a condividere emozioni. Anche questo film ne ha tante ed è carico di impulsi. Me ne accorgo dalle reazioni del pubblico che è attentissimo. A volte sbotta in risate catartiche, perché ci sono dei momenti tragicomici o anche semplicemente comici. La risposta degli spettatori è molto superiore a quella che mi aspettavo. Temevo si confondessero in questo labirinto di personaggi che, invece, decodifica benissimo. Io parto dal mio punto di osservazione, che è stato sempre quello di chi sta fuori dall’arena. Ho fatto una gavetta lunga dieci anni, così quando ho esordito ero pronto a raccontare il mio sguardo sul mondo sapendo quale linguaggio del cinema volevo usare, imparando sempre meglio a dirigere gli attori e portarli a quella temperatura che molti registi giudicano estenuata. Per me è una modalità di esasperazione che sta dentro i miei personaggi, che arrivano a un bivio, trascinando una crisi diversa da quella che gli intellettuali esplicitano leggendo e nutrendosi di silenzi.
Il cambio di rotta
I miei protagonisti sono come molti di noi, a volte esauriti e al limite, e desiderano cambiare drasticamente le proprie esistenze. È un leitmotiv che ricorre in tutti i miei film, anche in quelli americani, come La ricerca della felicità, Sette anime, Padri e figlie. I miei eroi tentano di cambiare la rotta delle loro esistenze ed è per questo che ho deciso di fare il regista». Ci sarà anche un ragione più cinematografica… «Ladri di Biciclette e Umberto D di Vittorio De Sica. Soprattutto quest’ultimo che nella sua semplice, ordinaria vita racconta una storia macroscopica e universale. E in qualche modo è quello che cerco di fare anche io: osservare le persone e le loro relazioni intime. Individui tutto sommato semplici, ma articolatissimi, perché siamo, comunque, complicatissimi».
Lo slow motion
Ne Le cose non dette la macchina da presa è molto mobile, con un uso marcato del ralenty. «Lo slow motion è la frammentazione di ciò che l’occhio non riesce a catturare. Per esempio, le micro espressioni che assumiamo in momenti importanti, spesso illeggibili perché troppo veloci. Lo slow motion rende rarefatto il momento e lo esplora in modo cinematografico per porgerlo allo spettatore. Emotivamente ha un impatto importante, una sorta di grassetto sotto le parole».
Vita da attore
Nel 2023 e nel 2024 al regista romano è capitato di star davanti alla macchina da presa interpretando sé stesso in Vita da Carlo 2 e Call my agent-Italia. «In verità, quando avevo 21 anni ho recitato per 9 mesi in una sitcom prodotta da Pupi Avati, ma volevo già fare il regista. Ho sofferto moltissimo perché ero totalmente a disagio, ma mi è servito a capire più a fondo i tormenti degli attori. In Call my agent-Italia mi sono messo a fare la parodia di me stesso, divertendomi a ironizzare su tutte le mie nevrosi». Poiché in quelle vesti appariva con un corno gigante al collo, forse, tra queste, c’è la scaramanzia…«No, era una collana che mi sono trovato tra le mani. Non ho nessuna forma di scaramanzia, anzi, gli vado incontro. Se c’è una scala gli passo sotto, se attraversa un gatto nero mi ci butto subito dietro. Nel mio secondo film, Come te nessuno mai, la protagonista era vestita tutta in viola».
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