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Topdown Dialectic – False LP A: Il fantasma si rivela :: Le Recensioni di OndaRock

Destinato all’olimpo del dub techno al pari di Basic Channel e Monolake, l’ignoto artista noto come Topdown Dialectic giunge al primo lavoro spogliato di ogni veste anonima: dietro il moniker si cela Izaak Schlossman, fotografo e veterano dell’elettronica sperimentale, di stanza a San Francisco. Il progetto nasce nei primi anni Dieci e da allora aveva seguito traiettorie d’ombra, con una curiosità che non toccava i livelli isterici del chi è Burial? ma lasciava aperti i dubbi sul dietro le quinte. Alla base c’è un ecosistema senziente, una macchina che vive per conto suo, invece di ridurre l’hardware a strumento senza vita: un congegno che genera suono da sé, feedback e catene di elaborazione che si auto-modulano, lasciato correre col margine di errore che solo il glitch può sovvertire.

Più che riprendere l’ennesimo dub chord, la sua è una destrutturazione del canone: i sistemi non sono lineari, mutano di continuo e reagiscono a cambiamenti interni, come un groviglio emotivo di pensieri solo all’apparenza scombinati. Il metodo, a detta dell’autore, frattalizza le frequenze della bass music lavorando per suggestione. Una logica che ricade anzitutto nella scelta del materiale, organico e crepitante: collezioni di dischi, registrazioni sul campo e fruscii diventano amalgama unico con quel che un tempo furono voci, batterie, accordi sbriciolati. Il principio è catturare e montare, come suggerisce il nome stesso del progetto, e si traduce in un vincolo ferreo: tutte le tracce durano esattamente cinque minuti, marchio di fabbrica dell’intera discografia.

È una sostanza che vive di rimandi a un Jan Jelinek annerito dagli echi di Rhythm & Sound, a un’ipnagogia che coglie i frutti di Actress. Attraverso algoritmi espansi, gli elementi in loop diventano intelligibili, si contraggono e riecheggiano, annaspando nel fango come se non potessero fare altrimenti. Denso e profondo, il disco pesca da sessioni di dieci anni fa, riemerse e rimescolate su materiale di ieri, e suona coerente con la direzione di chi si è reso padrino della nuova scena ambient dub. Non più la spigolosa trigonometria della prima elettronica, e nemmeno il brutalismo siderale della techno più cibernetica, ma un flusso morbido, come un archivio in remoto che si installa nel corpo umano e vi si mescola come se fosse la cosa più naturale.

Il doppio Lp scorre come un respiro acquatico, dove frasi ritmiche nebbiose e armonie dub in scala di grigi si materializzano e si dissolvono. I riferimenti sono quelli di una Chain Reaction fatta a pezzetti, di un Demdike Stare reso agnostico o, ancora, di un Vladislav Delay passato sotto filtri di opacità plumbea e che non a caso ha fatto scuola, con Paperclip Minimiser su tutti. Il movimento è imprevedibile e granulare, minimale e saturo nello stesso gesto, e la circolarità si esprime per asimmetrie: i singoli strumenti sembrano viaggiare su canali autonomi e si incontrano a intervalli per chiudere frasi sbilenche, in un organismo scivoloso dove il tempo smette di correre in una direzione sola.

22/07/2026


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