The Proclaimers – You May Offend
C’è un vecchissimo episodio di How I Met Your Mother nel quale il ritornello di “I’m Gonna Be (500 Miles)”, di gran lunga la canzone più nota dei Proclaimers, viene suonato in loop in diverse scene. Non ricordo nulla della trama, ma il ricorso a un brano estremamente orecchiabile come elemento narrativo mi colpì in maniera particolare.

Un brano così potente e incisivo da superare i confini mediatici e diventare parte integrante di una storia. Anzi, di tante e tante storie: un vero e proprio fenomeno pop, globale e intergenerazionale, che su Spotify ha superato il miliardo di streaming. Un traguardo importante per i fratelli Craig e Charlie Reid, ancora in piena attività a quasi quarant’anni di distanza dalla loro principale impresa commerciale.
“You May Offend”, la loro tredicesima fatica in studio, conserva ancora intatto quello spirito popolare e genuino che li ha consegnati alla cultura di massa. Un mix tra folk e punk rock impreziosito da melodie dal sapore celtico e tappeti d’archi: la ricetta dei Proclaimers non cambia di una virgola ma va bene così, perché è il loro tratto distintivo.
Nessun altro suona e canta come i gemelli di Edimburgo – con la loro sfrontatezza, la loro ironia e soprattutto il loro fortissimo accento scozzese, che li rende davvero un unicum nell’ampio universo del pop rock in lingua inglese.
Il disco, che vede la partecipazione di James Dean Bradfield dei Manic Street Preachers in ben tre pezzi, si muove in equilibrio tra un pop punk scoppiettante (“Knock It Down”, “Till The Ink Dries”, “Anything”) e un folk rock onesto ma ricco di sfumature, spesso arricchito da elementi orchestrali (“But It Is”, “You May Offend”, “When You Get There”).
A dominare sono le consuete sonorità vintage, retaggio degli ascolti rhythm and blues, roots rock e pub rock con i quali si sono formati i fratelli Reid. Gli unici sprazzi di modernità li troviamo nei testi dove i Proclaimers, con il loro peculiare sarcasmo, si pongono domande esistenziali su destino, amore e morte ed esprimono giudizi, il più delle volte pungenti, su un mondo sempre più in balia della guerra, della censura, della manipolazione e della decadenza morale.
Un album privo di sorprese ma molto gradevole: oserei dire persino rassicurante nella sua “normalità”, come fosse la replica di una vecchia sitcom che si riguarda con un pizzico di nostalgia.
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