Tenta la fuga ma lo rimandano al Cpr: “Quel posto è un inferno”

«Giudice, chiedo scusa per essere scappato ma al Cpr non resisto». Faticava a trattenere le lacrime l’uomo di origine tunisina di 26 anni che venerdì mattina ha tentato la fuga dall’ospedale Martini, dove ifinanzieri lo avevano trasferito direttamente dal Centro per il rimpatrio di corso Brunelleschi. Ma, ancora prima di essere visitato, li ha aggrediti e si è nascosto in un cantiere vicino: subito arrestato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, è finito nelle camere di sicurezza del commissariato San Paolo e ieri si è ritrovato in tribunale per l’udienza di convalida.
La testimonianza del giovane si è trasformata nell’ennesimo racconto dell’orrore sulle condizioni del Centro destinato agli stranieri irregolari, dove c’è chi ingoia bicchieri di bagnoschiuma o si ferisce pur di uscire per qualche ora. Una situazione esplosiva, tra aggressioni, incendi e 220 chiamate al 118 nel primo anno di riapertura: «Lì dentro non resisto più — ha esordito l’uomo, che vive a Padova ed è finito al Cpr a inizio maggio perché destinatario di un decreto di espulsione del 2022 — Siamo in nove in camera e c’è gente che si taglia le mani e mangia il ferro. Io ho dei problemi di salute, mi hanno consigliato di andare da uno specialista ma non mi hanno consentito di fare la visita. Per questo ho cercato di scappare: io voglio solo sistemarmi, dovrei anche sposarmi in questi giorni con una ragazza italiana. Ho già fatto tutte le pratiche».
Secondo l’accusa, ha picchiato i militari per riuscire a divincolarsi, tanto da provocare loro delle lesioni: «Non ho fatto niente — assicura ancora il 26enne, che in Veneto svolge solo lavori saltuari e senza regolari contratti — Anzi, sono loro ad avermi ammanettato e picchiato». Al termine dell’udienza, il giudice ha convalidato l’arresto e ne ha disposto la liberazione. Solo dalle camere di sicurezza, però: il trattenimento al Cpr resta valido, infatti i finanzieri lo hanno riportato lì nonostante l’avvocato Alberto Gorga avesse chiesto di “affidarlo” a un cugino che vive a Padova in modo regolare. Ma non è bastato: «Perché mi dicono che sono libero e poi mi fanno tornare in quella specie di carcere?» chiedeva disperato il ragazzo al suo legale. Che non ha potuto fare altro che allargare le braccia: «Adesso farlo uscire sarà un problema — ammette sconsolato l’avvocato Gorga dopo aver salutato il suo assistito — La procedura è ancora più macchinosa e senza tutele dopo l’ultima approvazione del decreto rimpatri da parte del governo».
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