Economia

Tensione tra premier e Salvini prima dell’ok allo scostamento. Ma la difesa perde 8 miliardi

ROMA – «Giorgia, è meglio aspettare». «No, Matteo, meglio adesso che sotto elezioni». Poco prima delle 19, le auto blu dei leader di maggioranza imboccano l’ingresso di Palazzo Chigi. La riunione è di quelle delicate. Tradotto: tensioni alle viste. L’argomento del resto alimenta, da settimane, le bizze in coalizione: il maxi-scostamento di bilancio. Non tanto per l’energia, su cui tutti sono d’accordo, quanto per i miliardi in più da investire per la difesa. Parola che fa venire l’orticaria a Matteo Salvini (e su cui si mostra ormai prudente pure la leader di FdI). Prima della sosta estiva, dopo faticose trattative, Giancarlo Giorgetti aveva illustrato in Parlamento uno schema, che prevedeva una richiesta di maggiore flessibilità all’Europa per 36 miliardi. Così ripartiti: uno scostamento dello 0,3% per la difesa e dello 0,3% per l’energia nel 2027 e uno dello 0,6% per la difesa e dello 0,3% per l’energia nel ‘28.

La richiesta di Salvini

Ecco, quando Salvini si accomoda nello studio della premier – insieme a Antonio Tajani, Maurizio Lupi e Giorgetti – schiaccia sul freno su tutta la linea. Non solo chiede di sforbiciare pesantemente le spese militari, ma anche di non arrivare subito a una decisione, da licenziare già oggi in Cdm, insieme al Dpfp (documento programmatico di finanza pubblica). «Approviamo solo il documento, per lo scostamento riflettiamo qualche giorno in più». Salvini batte molto su questo chiodo: «C’è un problema di opportunità – confida già nel pomeriggio ai suoi – non si può spendere nelle armi, in questa situazione». Il ministro dell’Economia non chiude al suo leader, ma è prudente: «È una scelta politica, spetta al vertice». Cioè a Meloni. Difatti, secondo più fonti, è la stessa Meloni a ribattere, spiegando al vice lumbard perché non convenga temporeggiare: non ha senso trascinare la pratica a ridosso della campagna elettorale, imminente se si vota a primavera.

Alla fine, la decisione è presa: il Cdm di oggi varerà la relazione per attivare la clausola di salvaguardia nazionale, da spedire a Bruxelles e alle Camere, che dovranno approvarla. Non è un passaggio scontato, quello in Parlamento, perché serve la maggioranza assoluta e le truppe del Carroccio sono insofferenti. Anche per questo il governo decide di tagliare l’investimento in difesa, confermando invece in pieno le spese energetiche. La bozza che esce dal vertice è questa: tutto uguale per il prossimo anno (0,3% per la difesa e 0,3% per l’energia) e uno scostamento dello 0,3% per la difesa e dello 0,3% per l’energia nel 2028. In termini assoluti, quindi, l’Italia chiederà flessibilità per 28 miliardi, anziché 36. Per la difesa, 8 miliardi in meno. Dove finiranno in concreto i soldi? Ieri sera la lista della spesa era ancora aperta. Si sta trattando con l’Ue in queste ore, il governo insiste per l’ecobonus al 65% e pannelli solari per scuole e ospedali.

I litigi sulla manovra

Nel vertice, Meloni affronta anche l’altro dossier scivoloso, ma su cui intende spendersi a Bruxelles. La flessibilità contro il caro vita, per tenere conto dell’inflazione al galoppo. La presidente del consiglio si mostra spiazzata per la reazione (negativa) della commissione Ue circa la sua lettera. Ha sentito in queste ore Ursula von der Leyen ed è convinta che alla fine «una breccia» si possa aprire. Già al prossimo Ecofin del 9 ottobre. Dunque, «andiamo avanti – dice agli alleati – anche l’altra volta sull’energia non sembravano esserci spiragli, invece abbiamo portato a casa il risultato». Si vedrà.

Le insidie restano dietro l’angolo. Anche sul fronte domestico. Già si litiga sulla manovra, l’ultima della legislatura. Giorgetti la vuole «seria, il sentiero è difficile». A Palazzo Chigi il tema è solo sfiorato, per non scoperchiare un altro vaso di pandora. Salvini pure davanti alle telecamere non si tiene più: «Non voglio sfasciare i conti, ma serve una manovra coraggiosa, e intanto devo pagare 8 miliardi alle imprese per lavori fatti entro fine anno». Soldi da sbloccare ora, non nel ‘27. Quanto alla legge di bilancio, le richieste del Carroccio sono sempre quelle. Tutte esose: flat tax fino a 100mila euro, quota 64 per le pensioni anti-Fornero, tassa alle grandi banche, che pure ieri ha fatto innervosire il leader forzista, Tajani. Il quadro è ancora scombinatissimo. E a irritare Meloni ci ha pensato pure il suo viceministro all’Economia, Maurizio Leo, che ha evocato scenari horror: «Prudenza o rischiamo il tracollo come in Grecia». Ha dovuto rettificare.


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