Cultura

Su Netflix, c’è un’ intensa miniserie, da una storia vera, che si muove tra il disturbante e il liberatorio

Unorthodox è molto più di una semplice miniserie Netflix. È un viaggio emotivo che lascia il segno. Basata sull’autobiografia di Deborah Feldman, “Unorthodox: The Scandalous Rejection of My Hasidic Roots” pubblicata nel 2012, la serie in quattro episodi racconta la fuga di Esther “Esty” Shapiro dalla sua comunità ebraica ortodossa a Williamsburg, Brooklyn. Quando la miniserie è approdata sulla piattaforma, ha conquistato milioni di spettatori in tutto il mondo. La storia di Esty è universale nella sua particolarità: parla di libertà, oppressione, identità e del coraggio necessario per riscrivere il proprio destino. Ma è anche una narrazione complessa, che mostra una comunità insulare spesso incompresa sia dall’esterno che dall’interno.

Come ogni adattamento cinematografico, Unorthodox mescola fatto e finzione per creare una storia avvincente. Il risultato è una serie di momenti che oscillano tra il disturbante e il liberatorio, tra scene che fanno stringere lo stomaco e altre che riempiono il cuore di speranza. La rasatura dei capelli rappresenta uno dei momenti più intensi e controversi della serie. Dopo il matrimonio, Esty viene sottoposta a questa pratica comune in molte comunità ortodosse, nelle quali si crede che i capelli di una donna sposata debbano essere visti solo dal marito, considerati parte della sua intimità da coprire. Ma non è l’atto in sé a disturbare chi guarda: è il silenzio carico di sofferenza di Esty, le lacrime che scendono mentre la sua identità viene letteralmente rasata via.

Seduta immobile, piange senza emettere un suono, e in quel momento lo spettatore comprende quanto poco controllo abbia sulla propria esistenza. In netto contrasto, uno dei momenti più toccanti arriva quando Esty, fuggita in Germania, entra casualmente in un conservatorio musicale di Berlino e assiste a una prova dell’orchestra. Non ha mai visto nulla del genere. Nella sua comunità la musica è stata un universo negato, un linguaggio mai appreso. Mentre l’orchestra suona, Esty è di nuovo in lacrime, ma stavolta sono lacrime di meraviglia, di scoperta, di bellezza pura. È un momento che celebra il potere della musica di guarire, connettere e trasformare, anche chi non ne conosce le regole.

La prima notte di nozze tra Esty e Yanky è una sequenza che molti spettatori hanno trovato difficile da guardare. Goffa, dolorosa, carica di imbarazzo, la scena mostra due giovani completamente impreparati a ciò che dovrebbe essere un momento di intimità. Nonostante i consigli ricevuti prima del matrimonio, entrambi sono stati tenuti all’oscuro della verità sul sesso. Il dolore fisico di Esty, l’inadeguatezza di Yanky, l’atmosfera di disagio totale rendono la scena non solo scomoda ma profondamente triste. È il riflesso di una mancanza di educazione che danneggia entrambi i coniugi.

La figura del padre di Esty aggiunge un ulteriore strato di disturbo alla narrazione. Cresciuta dai nonni dopo che sua madre è fuggita dalla comunità, Esty deve anche convivere con un padre alcolizzato. La scena del pasto di Shabbat con lui seduto al tavolo è un esercizio di tensione e disagio. Si capisce che Esty non stava soffrendo solo per le regole della comunità, ma anche per circostanze familiari già compromesse e lontane dalla normalità. Il suo dolore è multiplo, stratificato, complesso.

Un altro momento che ha fatto discutere è la rivelazione che Yanky ha discusso dei loro problemi sessuali con sua madre. Non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato nel cercare consiglio, ma il fatto che Yanky debba rivolgersi alla madre per questioni così intime con sua moglie evidenzia un problema più grande. Non può chiedere ad amici, non può consultare internet, non ha accesso alle informazioni di cui avrebbe bisogno. Questo vuoto informativo mostra quanto sia isolata e controllata la vita nella comunità, quanto sia difficile per i giovani navigare anche le esperienze più umane.

Il climax emotivo della serie arriva con l’audizione di Esty al conservatorio. Invece del pianoforte, sceglie di cantare “Mi Bon Siach”, un canto tradizionale ebraico eseguito ai matrimoni. La sua voce è bellissima, carica di emozione, le lacrime le scendono mentre canta. Non sapremo mai se supera l’audizione, ma in quel momento non importa. Esty ha trovato la sua voce, letteralmente e metaforicamente. È più connessa con sé stessa, con chi è e chi vuole essere, di quanto non lo sia mai stata prima.

Unorthodox funziona perché non demonizza completamente la comunità ortodossa né idealizza la vita secolare. Mostra invece una giovane donna che cerca di capire chi è al di là delle regole che le sono state imposte. Ogni momento disturbante è bilanciato da uno di speranza, ogni restrizione da un’apertura, ogni lacrima di dolore da una di gioia. È questo equilibrio, questa onestà emotiva, che rende la serie indimenticabile e universalmente riconoscibile, anche per chi non ha mai messo piede in una comunità hasidica.


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