Lazio

Strage di Casalotti, al via le autopsie sulla famiglia sterminata. Il killer in fuga su una bici elettrica?

Tre tavoli anatomici allineati nella penombra della sezione di Medicina legale del Policlinico Gemelli, per dare un ordine scientifico a una delle esplosioni di violenza più feroci che la Capitale ricordi negli ultimi anni.

A quasi tre settimane dalla strage di Casalotti, l’inchiesta sul triplice omicidio della famiglia bengalese affronta il suo snodo più cupo.

Sotto i ferri dell’equipe diretta dal professor Antonio Oliva sono iniziate le autopsie sui resti di Kamal Uddin Babul, 39 anni, della moglie Jahan Hosne Momotay, 38, e della loro figlioletta, Islam Arowa, appena otto anni.

A loro il killer ha tolto il futuro la sera del 26 giugno, all’interno dell’appartamento di via Montiglio, usando una pesante mannaia da macellaio. I medici legali dell’Università Cattolica dovranno ora mappare ogni singola ferita per stabilire la sequenza cronologica dei colpi, la traiettoria delle lame e, soprattutto, l’orario esatto della morte. Dettagli fondamentali per incastrare il fuggiasco.

Caccia all’uomo sui confini. Ma spunta la pista del gesto estremo

Già, perché mentre la scienza cerca le risposte sui cadaveri, la caccia all’uomo della Squadra Mobile resta ferma al giorno del delitto. Shahadat Hossain, 43 anni, ufficialmente residente a Frosinone e cugino o conoscente stretto delle vittime, è svanito nel nulla.

La Procura ha autorizzato la diffusione della sua fotografia a tutti i terminali delle forze dell’ordine e ai posti di frontiera, ma l’uomo sembra essersi volatilizzato.

Gli inquirenti battono i sentieri della periferia e le tratte internazionali seguendo due piste parallele:

La fuga in bici elettrica: È l’ipotesi più accreditata per le prime ore successive al massacro.

L’assassino potrebbe aver utilizzato un mezzo leggero a batteria per muoversi tra i vicoli di Casalotti senza farsi intercettare dalle telecamere stradali, per poi trovare rifugio presso qualche favoreggiatore o tentare l’espatrio verso l’Est Europa.

Il suicidio nei campi: Nelle ultime ore, tuttavia, si fa strada un secondo e drammatico scenario. Gli investigatori non escludono che il quarantatreenne, schiacciato dal peso di aver sterminato un’intera famiglia (compresa una bambina), possa essersi tolto la vita nelle campagne che circondano il quartiere o nei canneti vicino al Grande Raccordo Anulare. Al momento, però, nessun corpo è stato rinvenuto.

L’ombra di un prestito non saldato dietro il massacro

Sul fronte del movente, l’analisi degli investigatori di via San Vitale si è ormai concentrata sui flussi finanziari e sui canali di microcredito informale che regolano la vita di molte comunità straniere a Roma. Dietro la furia cieca dell’assassino non ci sarebbero motivi passionali o legati al culto, ma un brutto giro di soldi non restituiti.

Un debito, forse una richiesta di denaro negata con insistenza, che avrebbe fatto scattare il corto circuito mentale nel quarantatreenne, trasformatosi in un carnefice spietato.

Il supertestimone: In questo scenario di morte, l’unica speranza di fare immediata chiarezza è legata alle condizioni di salute del quarto componente della famiglia, il figlio diciottenne della coppia. Il ragazzo, investito anche lui dai colpi di mannaia mentre tentava di difendere la sorellina e i genitori, è scampato miracolosamente alla morte.

I medici del Gemelli lo hanno dichiarato ufficialmente fuori pericolo: le sue ferite si stanno rimarginando e il giovane, non appena il trauma psicologico lo consentirà, verrà ascoltato dai magistrati. È lui l’unico testimone oculare, l’uomo che ha visto in faccia il mostro e che può mettere la parola fine al giallo di via Montiglio.

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