Friuli Venezia Giulia

Storia della Risiera di San Sabba: un luogo oscuro

28.01.026 – 9.00 – La Risiera di San Sabba di Trieste è il luogo in cui si concentra il lato più oscuro della memoria italiana ed europea del Novecento, un punto in cui l’orrore assume forma concreta e definitiva, che ancora oggi comunica ancora chiaramente la sua ombra. Nata alla fine dell’Ottocento come stabilimento industriale per la pilatura del riso, la Risiera fu trasformata, dopo l’8 settembre 1943, in uno degli strumenti più brutali della repressione nazista. Con l’occupazione tedesca e l’inclusione di Trieste nella Zona d’operazioni del Litorale Adriatico, il complesso divenne un campo di detenzione di polizia, un luogo di passaggio e di morte, sottratto a ogni forma di controllo italiano e posto direttamente sotto l’autorità delle SS.

Il suo utilizzo iniziale fu quello di campo di prigionia per militari italiani catturati dopo l’armistizio. Ma ciò non si limitò a quel punto, perché col tempo la Risiera assunse rapidamente una funzione più ampia e via via più sinistra. Vi furono rinchiusi ebrei destinati alla deportazione, oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati, civili rastrellati nei territori occupati, rom, sinti, omosessuali. Uomini e donne colpevoli solo di essere considerati “nemici” o “indesiderabili”, sotto gli occhi di un regime di morte e terrore. Le celle, i corridoi, il cortile interno divennero spazi di tortura, di attesa e di terrore, mentre migliaia di prigionieri venivano smistati verso i campi di sterminio del Reich.

Nel 1944 la Risiera compì il salto definitivo nell’abisso: fu installato un forno crematorio, collegato all’antica ciminiera dell’opificio. È l’unico caso accertato di crematorio nazista in tutta Italia. Da quel momento il complesso smise di essere soltanto un luogo di transito dei deportati, divenendo a tutti gli effetti un luogo di esecuzione diretta. Qui si uccideva, si bruciavano i corpi, si cancellavano per sempre le tracce di milioni di vite. Le stime parlano di migliaia di vittime assassinate sul posto e di decine di migliaia di deportati passati da San Sabba prima di essere inghiottiti dai lager dell’Europa centrale. Alla vigilia della sconfitta, nel tentativo di occultare le prove dei crimini, i nazisti fecero saltare il forno e parte degli edifici, ma la distruzione non bastò a cancellare ciò che era avvenuto.

Nel dopoguerra la Risiera rimase a lungo un luogo sospeso, segnato da usi provvisori e da una memoria difficile da tollerare e affiancare ai nuovi tempi. Fu anche per un periodo campo profughi, rifugio per chi fuggiva da un confine orientale lacerato, forse nel tentativo di sanare l’antica ferita insanabile del suo passato. A far emergere una piena consapevolezza del suo significato storico fu capace solo il tempo. Nel 1965 lo Stato italiano la dichiarò Monumento Nazionale, e negli anni successivi il complesso fu trasformato in museo e memoriale. L’intervento architettonico non cercò di abbellire: non avrebbe avuto senso alcuno. Piuttosto si optò per conservare l’essenzialità brutale degli spazi, affinché il silenzio delle mura continuasse a parlare.

Oggi la Risiera di San Sabba è un luogo della coscienza civile, visitato ogni anno da migliaia di persone. Camminare tra le celle, sostare nel cortile, confrontarsi con ciò che resta del forno crematorio significa misurarsi con il punto estremo della disumanizzazione, con la capacità che l’uomo ha, psicologicamente e fattualmente, di trasformare un edificio industriale in una macchina di annientamento sistematico.

Anche nel Giorno della Memoria di quest’anno, il 27 gennaio, la Risiera è tornata al centro della vita civile di Trieste. Nel cortile del complesso si è svolta la cerimonia ufficiale di commemorazione delle vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste, alla presenza delle autorità civili, militari e religiose, delle associazioni dei deportati e della Resistenza. La deposizione delle corone, i momenti di raccoglimento e gli interventi commemorativi hanno ribadito come San Sabba, purtroppo, a distanza di quasi un secolo interroghi il presente. Oggi si attraversano nuove guerre, nuove tensioni e rigurgiti di odio incontrollati. Assieme alle nuove cause, cambiano anche le sembianze delle odierne ingiustizie. Ma non tanto diverso sarebbe l’esito finale se la coscienza collettiva non vorrà tirare il freno a mano in tempo. il richiamo alla memoria ha assunto il valore di un ammonimento: senza una responsabilità attiva, il ricordo rischia di svuotarsi, e luoghi come la Risiera possono diventare solo rovine mute.

La storia della Risiera di San Sabba resta così un monito radicale. È la prova che l’orrore non sia un’astrazione, o uno sfondo narrativo frutto di fantasie turbate. Si tratta di una possibilità concreta, che si insinua nella normalità cambiandone i connotati, fino a renderla irriconoscibile. Conservare e rinnovare la memoria di ciò che accadde tra queste mura significa difendere, oggi e domani, il confine fragile e imprescindibile della dignità umana.

[e.c.]




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