“Stop ai dollari verso l’Iraq”. La strategia di Trump per rompere l’asse della resistenza iraniano
L’economia irachena è basata sul contante, e la capacità degli Stati Uniti di controllare il flusso di dollari nel Paese è considerata come l’asso nella manica di Washington per imporre la propria volontà a Baghdad. L’amministrazione Trump ha sospeso da poco le spedizioni di dollari statunitensi in Iraq e congelato i programmi di cooperazione in materia di sicurezza con le sue forze armate, Lo scopo? Fare pressione su Baghdad affinché smantelli le potenti milizie sostenute dall’Iran.
Una spedizione di quasi 500 milioni di dollari in banconote statunitensi, provenienti dalle vendite di petrolio iracheno e depositate presso la Federal Reserve Bank di New York, è stata bloccata di recente dai funzionari del Dipartimento del Tesoro. Si tratta della campagna di pressione da parte dell’amministrazione americana per costringere il governo di Baghdad a prendere le distanze dall’Iran. Le misure statunitensi potrebbero potenzialmente paralizzare la già fragile economia irachena. L’Iraq ha a lungo mantenuto stretti legami sia con l’Iran che con gli Stati Uniti e si trova spesso stretto tra le due potenze nemiche. Quanto sta avvenendo è un modo anche per inviare un segnale agli altri partner produttori di petrolio nella regione. Ma è finalizzato pure a contrastare il contrabbando di dollari da parte delle milizie irachene filo-iraniane, e a fare pressione sull’Iraq affinché intensifichi il controllo su queste stesse milizie.
Dall’inizio della guerra con l’Iran, le conseguenze economiche dei blocchi iraniani e americani sullo Stretto di Hormuz, una rotta marittima vitale per le esportazioni di petrolio iracheno, ha anche causato un forte calo delle esportazioni di greggio, fondamentali per pagare gli stipendi statali che sostengono almeno un terzo della popolazione irachena. Washington è particolarmente irritata dalla serie di attacchi perpetrati da milizie irachene legate all’Iran contro interessi statunitensi in Iraq, tra cui l’ambasciata americana a Baghdad, in rappresaglia per la guerra israelo-americana contro Teheran iniziata alla fine di febbraio. Le milizie hanno attaccato anche stretti alleati degli Stati Uniti, come le forze della regione semiautonoma del Kurdistan iracheno, e talvolta persino l’esercito iracheno stesso.
Ma facciamo un passo indietro. Dopo l’invasione del 2003, Washington aveva accettato di depositare presso la Federal Reserve di New York i proventi iracheni derivanti dalla vendita di petrolio: decine di miliardi di dollari all’anno. Gli Stati Uniti hanno interrotto brevemente le consegne di contanti nel 2015 per timore che i dollari venissero dirottati verso i militanti dello Stato Islamico. Le milizie sciite irachene sono nate dal caos nato dall’invasione statunitense di oltre vent’anni fa. Hanno difeso le aree sciite contro gli attacchi di militanti sunniti. L’Iran ha fornito armi a molti di questi gruppi. Ora il quadro è cambiato. Le milizie irachene più potenti sono la Brigata Badr, Kataib Hezbollah e Asaib Ahl al-Haq, ed esercitano un’enorme influenza sul governo e sul settore finanziario del Paese.
Baghdad è impegnata nella nomina di un nuovo primo ministro e le milizie, così come Teheran, premono per candidati che mantengano stretti legami con la Repubblica islamica. Unità delle milizie sono state incorporate nelle forze armate irachene, e ciò rende difficile contrastarle. Mohammed Shia al-Sudani, primo ministro dal 2022, ha cercato il sostegno di Washington per un secondo mandato, ma è stato anche cauto nel non attaccare il potere delle milizie. A gennaio, il presidente Trump aveva avvertito che avrebbe interrotto gli aiuti statunitensi all’Iraq se Nouri Al-Maliki, ex primo ministro con stretti legami con l’Iran, fosse tornato a ricoprire tale incarico.
Maliki, che ha ricoperto due mandati consecutivi dal 2006 al 2014, ha ritirato la sua candidatura e la sua coalizione, un gruppo di partiti sciiti ha proposto per la carica Bassem al-Badri, un membro di spicco del partito Dawa di Maliki. Quando avvenuto però tra Stati Uniti e Iraq rappresenta di certo uno sviluppo negativo delle loro relazioni.
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