stiamo sacrificando la laicità in nome dell’inclusione
Facciamo delle ipotesi: in Italia alcuni infermieri islamici chiedono che, tra le loro mansioni, sia escluso il rifare i letti perché è un lavoro da donne. In diverse scuole pubbliche alcune famiglie islamiche chiedono che le bambine e le ragazze non facciano lezioni di ginnastica insieme ai compagni, oppure che le ragazze entrino a scuola con il velo o altre coperture. Le ipotesi precedenti non lo sono: sono fatti realmente accaduti, finiti sui giornali poco e male, che ho appreso negli ultimi anni durante formazioni con il sindacato e nel mondo scolastico.
Di fronte a queste richieste, che contrastano con i diritti universali nel lavoro e nella scuola pubblica, quale sarebbe la reazione di chi, a sinistra, benedice le iniziative ‘separatiste’ in atto in alcune piscine pubbliche? Si tratta di iniziative concertate con i rappresentanti delle comunità islamiche, di solito dirette da uomini, presentate come fattori di ‘inclusione’ e ‘accoglienza’: dunque, per scongiurare le derive razziste, è necessario accogliere qualunque richiesta, anche basate su dettami religiosi, chiamandole ‘culture diverse’? Anche quando è palese che si tratta di regole che riguardano le relazioni tra i sessi, che configurano visioni asimmetriche (che si ripercuotono sui diritti universali) della libertà dei corpi, nello spazio pubblico così come in quello privato?
Sappiamo che si tratta di questioni difficili, perché nulla è semplice quando si ragiona di diritti, convivenza, cittadinanza, specialmente se di mezzo c’è la religione. Ma in Francia, anche grazie all’ascolto di gruppi di donne immigrate che lottano per la libertà dai fondamentalismi islamici, si è deciso dal 2004 di vietare nelle scuole e nei licei pubblici segni o abiti che denotino l’appartenenza religiosa: il velo, la kippah o grandi croci. Dal 2023 il divieto è esteso anche all’abaya: il principio guida è la salvaguardia del terreno comune della laicità e dell’universalità dei diritti, che hanno come base quelli delle donne.
Nel 2024, sempre in Francia, il Parlamento ha approvato l’inserimento dell’interruzione volontaria di gravidanza nella Costituzione: al governo non c’era una coalizione di estrema sinistra.
In Italia la destra attacca l’iniziativa della piscina per sole donne (ribadisco: non è una richiesta da parte di pericolose lesbiche separatiste, ma di alcune comunità islamiche). A sinistra scatta la difesa in automatico per distinguersi, e si arriva a sostenere che tutte hanno il ‘diritto di coprirsi’, quindi bene il burkini al mare o in piscina: in più – si argomenta – le donne che per varie ragioni hanno problemi con il loro corpo godranno di uno spazio libero e liberato dalla presenza maschile.
Ricordo ancora la brutta discussione nel femminismo e a sinistra sulla ‘puntura simbolica’ al clitoride delle bambine, proposta agli inizi del 2000 in Italia per scongiurare l’infibulazione clandestina; quando fu bocciata e vietata si arrivò a sostenere (sempre a sinistra) che si trattava di una decisione viziata dal pregiudizio occidentale coloniale, irrispettoso verso le ‘culture altre’. Quando si tratta del corpo delle donne l’universalismo dei diritti cede sempre più spesso al relativismo: tutto questo, oggi, c’è chi lo chiama ‘inclusione’.
Propongo di ragionare sull’affaire piscina partendo da una domanda: il problema è lo sguardo maschile sui corpi delle donne? Mi pare di sì, ed è inquietante che pezzi di mondo laico e di sinistra si allineino con la visione religiosa. Per l’Islam le donne devono coprirsi testa e corpo, tranne che di fronte agli uomini della famiglia, per evitare l’eccitazione maschile. Il punto è che si fa strada, nel mondo laico e di sinistra, il pensiero che, se gli occhi degli uomini sono l’ingiusto (e pericoloso) metro di giudizio della desiderabilità delle donne, allora invece di lavorare su stereotipi e patriarcato si possa ripiegare su spazi ‘maschio free’, chiamandoli ‘opportunità’ per tutte.
Chiedo, usando il titolo del libro di Irshad Manji: quando abbiamo smesso di pensare che fosse l’ora di smettere di lottare contro il patriarcato, che ha tra i suoi più formidabili alleati i fondamentalismi religiosi?
Quindi i figli sani del patriarcato li chiudiamo fuori, per qualche ora, dalle piscine pubbliche in orari dedicati, su richiesta delle comunità religiose per motivi religiosi, e li facciamo diventare, quei motivi, una nuova opportunità di liberazione? A quando le carrozze dei treni per sole donne, per difenderci dalla violenza maschile, ed evitare le foto rubate dai dipendenti o da altri simpatici guardoni compagni di viaggio? Mentre l’attenzione sulla lotta, spesso pagata con la vita, da parte delle iraniane per togliere il velo e le altre coperture è tramontata in fretta, eccoci qui a festeggiare come una conquista che si possa ‘stare tra donne’ senza uomini dove prima si stava insieme: piscina, palestra, e poi a quando scuole, posti di lavoro, ristoranti, consigli comunali, Parlamento?
Dieci anni fa portai in Italia un libro (non lo volle nemmeno la casa editrice Nessun dogma, quella degli atei, per intenderci): scritto allora da due giovani Femen, Anatomia dell’oppressione (che titolo magnifico) criticava tutte le religioni del pianeta, Islam compreso. E questo era, ed è, il problema. La religione delle vittime, per buona parte della sinistra, siccome a destra viene demonizzata (non così quella cattolica) allora va difesa, comunque. Un autogol clamoroso per chi, nel mondo progressista, in altri tempi proclamava la fondamentale virtù della laicità come scudo contro l’oscurantismo ecclesiale. Ora l’intoccabilità dell’Islam si chiama islamofobia, creando un precedente pericoloso nell’esercizio del pensiero critico, che dovrebbe valere per ogni visione, politica e religiosa che sia.
Ma insomma: non erano le femministe a volere il separatismo? Ecco qui, abbiamo vinto!
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