Spirits in selezione, vino sempre più d’occasione: la lettura di Rinaldi 1957

Il mercato italiano del bere entra nel 2026 con i volumi in arretramento su quasi tutti i fronti, dagli spirits al vino. Presi uno per uno, però, i dati di consumo rischiano di raccontare in maniera incompleta quel che sta accadendo: più che un settore che si svuota, descrivono un comparto che si riorganizza attorno a occasioni più leggere e ad acquisti più selettivi. È la chiave di lettura proposta da Rinaldi 1957, attraverso le rilevazioni di Fipe, Circana e YouGov, e le parole di Valentina Ursic, direttrice marketing dell’azienda bolognese, che oggi distribuisce oltre 130 marchi italiani ed esteri.
Spirits: dentro il calo, le categorie che crescono
Nel comparto degli spirits la lettura dell’azienda è quella di una selezione più che di un calo. I volumi complessivi restano sotto pressione – nel 2024 il consumo italiano si è fermato a 127 milioni di litri, l’8,5% in meno sul 2019 – per effetto di moderazione, attenzione alla salute e minore consumo tradizionale. Pesa anche un dato generazionale: una parte dei più giovani non considera più “trendy” il bere alcolici. Ma dentro la contrazione si muovono categorie in crescita netta.
Gli alcolici ready-to-drink salgono del 6,5% a valore in Europa, unica categoria alcolica in aumento in un contesto retail continentale in calo; in Italia la crescita è sostenuta soprattutto nello stesso canale. Il low e no alcohol resta il tema del momento da oltre un anno: in Europa vale 1,7 miliardi di euro, in crescita del 10% a fine 2025 sul 2024, trainato da Regno Unito, Germania e Paesi nordici. In Italia avanza per ragioni salutistiche e di benessere, anche tra i più giovani, ma l’azienda bolognese segnala uno scarto: se ne parla più di quanto se ne consumi, e non ha ancora individuato analcolici capaci di dare struttura ai cocktail senza eccedere in zuccheri e sciroppi.
Nella lettura del distributore, il gin continua a crescere nel retail, ma a ritmi molto più contenuti rispetto agli anni scorsi; nell’Horeca emergono segnali di saturazione, con i locali che riducono il portfolio e si concentrano sui grandi marchi, più semplici da vendere e sostenuti da eventi.
Crescono invece tequila, mezcal, vodka bianca artigianale e rum bianco premium, soprattutto come alternativa al gin nella miscelazione fuori casa. Torna il whisky in mixology, spinto da alcuni marchi dinamici rivolti a un pubblico giovane. In controtendenza il rum: ancora rilevante nei volumi, ma in perdita di appeal da qualche anno.
Il filo che, per l’azienda, tiene insieme questi movimenti è la crescita dei formati mixabili a bassa gradazione. È qui che si concentra la sua strategia. “In Rinaldi – spiega Valentina Ursic – stiamo monitorando questo cambio di approccio che porta i consumatori verso un consumo più selettivo e intelligente. Le categorie su cui puntiamo sono gin con identità forte, cocktail low ABV, facili da replicare a casa, tequila/mezcal e whisky in miscelazione. In Horeca puntiamo su formazione, storytelling e servizio, mentre in GDO riteniamo serva accessibilità, formato chiaro e occasione d’uso immediata”.
I canali: l’Horeca tiene, la casa assorbe
Le vendite di spirits e aperitivi alcolici nell’Horeca segnano un calo contenuto, più che un crollo. Quel che si osserva, nell’analisi del distributore, è uno spostamento di parte dei consumi verso le mura domestiche, effetto di un contenimento della spesa: l’aumento del costo della vita ha assottigliato il potere d’acquisto e reso i consumatori più selettivi, fino a imporre una scelta secca tra aperitivo e cena. A pagarne il prezzo è il dopocena, in forte calo.
I numeri del fuori casa fotografano questa gerarchia. Nel 2025 i bar hanno generato un giro d’affari di circa 23,8 miliardi di euro su quasi 6 miliardi di visite: l’aperitivo pesa per il 14% delle visite, il dopocena solo per il 4%. Il retail intercetta questa parte di consumo, e lì performano meglio gin, ready-to-drink, aperitivi pronti, spirits mixabili e low/no alcohol.
Anche l’aperitivo cambia forma. In casa cala la penetrazione delle principali categorie di aperitivi alcolici, per effetto di moderazione, attenzione alla salute e nuovo codice della strada. Fuori casa resta invece un rituale saldo, ma si sposta verso formule più leggere: low ABV, mocktail, “zebra striping” — l’alternanza tra un cocktail alcolico e uno analcolico — e drink tra gli 8 e i 12 gradi, cresciuti del 35% tra il 2023 e il 2025.
Una rete che continua a perdere insegne
Lo spostamento dei consumi avviene su una rete fragile. Nel 2025 il saldo tra aperture e chiusure di bar e ristoranti resta nettamente negativo: 10.062 nuove attività contro 25.239 cessazioni, per un saldo di 15.177 imprese in meno. Un anno prima, secondo Fipe, il quadro era già pesante, con 10.719 aperture a fronte di 29.097 cessazioni e un saldo di 18.378 imprese: i bar erano scesi a 127.667 unità, il 3,3% in meno sul 2023, mentre i ristoranti restavano sostanzialmente stabili. Per i soli bar, il primo semestre 2025 ha registrato un saldo negativo di 706 attività, dentro un decennio che ha visto chiudere oltre 21.000 esercizi.
Vino: dal consumo quotidiano a quello d’occasione
Il vino vive una fase più difficile degli spirits: i volumi calano e il valore tiene solo grazie al prezzo medio. Circana parla apertamente di “calo strutturale” nella grande distribuzione, legato a fattori demografici e a nuovi stili di consumo. La grande distribuzione chiude il 2025 in negativo: 618 milioni di litri venduti, il 3,1% in meno sul 2024, per 2,3 miliardi di euro, che cedono lo 0,5%.
Dentro questo arretramento, le bollicine vanno in direzione opposta: 778 milioni di euro, in crescita del 3,6%, e 106,7 milioni di litri, in aumento del 3,1%. Sono i vini fermi a perdere terreno. I rossi, in particolare, restano centrali nei volumi ma cedono l’1,9%; i bianchi tengono e crescono leggermente, dello 0,6%; i rosati avanzano dell’1,9%. Sul fronte delle denominazioni, le DOC/DOCG arretrano dello 0,5%, mentre le IGT guadagnano circa il 2%. La dinamica per colore è abbastanza marcata da spingere Circana a stimare che i bianchi possano superare i rossi nel giro di pochi anni.
Il consumatore compra meno, sceglie con più attenzione e privilegia bollicine, bianchi, rosati e prodotti percepiti come più contemporanei o più adatti a un consumo informale. Ed è qui che, secondo Rinaldi 1957, si gioca la partita più delicata: non sul prodotto, ma sul codice con cui lo si racconta. “È cambiato il paradigma: un tempo il vino in Italia faceva parte della cultura familiare. – osserva Valentina Ursic – C’era una bottiglia di vino sul tavolo a ogni pasto. Ora non più. Da decenni il vino è diventato una bevanda occasionale e in particolare i giovani non lo sentono più come una bevanda “familiare”. Spesso lo bevono nelle cene più strutturate, nelle occasioni importanti, ma non rientra nel loro DNA. Diventa quindi fondamentale adottare un linguaggio più empatico, meno serio ed erudito. Del resto il vino è natura, convivialità, curiosità, esplorazione, divertimento, intimità. I tecnicismi devono lasciare il posto a leggerezza e giovialità”.
La questione che, nell’analisi di Rinaldi 1957, attraversa entrambi i comparti è allora una questione di occasioni, non solo di volumi. Chi un tempo trovava il consumo già iscritto nella routine familiare oggi va incontrato su terreni nuovi: la casa, l’aperitivo leggero, la bottiglia scelta per la singola occasione. Quale linguaggio sappia accompagnare questo passaggio, senza inseguire la moda né rifugiarsi nel tecnicismo, è la domanda che accompagna presente e futuro di distributori e produttori.
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