Slothrust – What They Grow In The Garden
Se cercate un buon esempio di alternative rock moderno, in equilibrio tra potenza e melodia, “What They Grow in the Garden” farà al caso vostro. Al centro del sesto album degli Slothrust troviamo suoni tanto aggressivi quanto levigati: un buon compromesso per chi vuole andarci giù pesante ma con moderazione, senza uscire fuori dai confini del mainstream. Come i più celebri Nothing But Thieves mostrano anche loro i denti ma, stringi stringi, dietro il muro di chitarre elettriche nascondono un animo che più pop non si può.

Il duo statunitense, guidato dalla cantante e chitarrista Leah Wellbaum, può però fare affidamento su un sincero desiderio di differenziarsi dalla folla. Chiamiamola pure tendenza alla sperimentazione. Le dodici tracce del disco provano a spingersi oltre i limiti, certo; ma senza mai perdere la bussola della melodia sovrana, degli hook e soprattutto dei ritornelli a presa rapida. La trinità del miglior rock mainstream, insomma.
Gli Slothrust si inseriscono nel medesimo solco degli artisti che affollano le playlist di Virgin Radio: l’impatto del grunge, i riffoni dell’hard rock, l’immediatezza del pop punk e quella carica elettrica ad alta risoluzione, quasi di plastica nella sua cristallinità, che ritroviamo anche nelle sonorità da stadio di pezzi da novanta come Muse e Linkin Park. Rock duro? Sì, ma nei limiti dello spendibile a livello commerciale. La band punta al grande pubblico, eppure riesce anche a riservarci qualche stravagante e piacevole sorpresa.
Ne sono un esempio “Hearst Castle”, con il suo ritmo in levare e gli arrangiamenti da marcetta circense (c’è un po’ della stravaganza dei primi Panic! At The Disco qui), e “What A Night”, pezzo potentemente dark che unisce una batteria trap, atmosfere trip hop nelle strofe e un riff assassino che potrebbe essere stato scritto da Matthew Bellamy. C’è poi “Absolute Power”, spettrale semi-ballad dalle sfumature blues, costruita su un inarrestabile profluvio di archi. Interessante, seppur non riuscitissimo, il mix tra prog rock e post-punk di “Keep Us Thirsty”, dove tornano le tanto care atmosfere circensi. Più a fuoco “Dystopian Cemetery”, brano maturo ed elegante in cui il ruolo da protagonista spetta a un pianoforte che, a fasi alterne, trasmette ombre di Queen e Fiona Apple.
Il piatto è ricco e c’è molto materiale sfizioso. Il problema di fondo sta nell’incapacità degli Slothrust di allontanarsi con convinzione dalle strutture tradizionali del (finto) alternative rock da radio commerciale. Nel mix, seppur non in primo piano, restano quelle fastidiose sonorità simil-garage totalmente fasulle, compresse e fiacche, spesso utilizzate negli spot dei magazzini fast fashion che vogliono piacere ai giovani. Nel suo ambito, però, resta un buon album, con non pochi passaggi curiosi e originali.
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