Cultura

Giovanni Lindo Ferretti – Percuotendo in cadenza: Tempo del pregare, tempo eterno :: Le Recensioni di OndaRock

Reduce da cotanto immane sforzo,
confuso e stanco
di troppe cose già a noia
e d’altre che rifuggono il conto,
mi fermo, a rimirar il cammino e d’intorno.
(Reduce, Giovanni Lindo Ferretti, 2006)

Era il 2024, febbraio, eravamo all’Astra Kulturhaus di Berlino e non ci potevamo credere. C’era davvero Ferretti che salmodiava tutti i possibili stati di agitazione insieme ai risvegliati CCCP. Zamboni fedelissimo alla linea, Annarella inflessibile, Fatur un bonzo grottesco santificato alla corruzione metropolitana. Sulla porta del bagno qualcuno aveva scritto “Ferretti, hai finito la biada”. Lanciavamo la qualunque a Scanzi e rivolevamo un piano quinquennale e la stabilità.

Solo pochi mesi dopo, in tarda primavera, l’abbiamo ritrovato da solo all’Olimpico di Vicenza, intagliato nel neoclassico stretto e vertiginoso in altezza, scolpito nella pietra dorata insieme alle prospettive affrescate, in fuga tra i pilastri palladiani. In uno spettacolo di teatro-canzone intitolato “Moltitudini in cadenza, percuotendo” lui, severo come un Savonarola ieratico, portava in scena il teschio del suo amato cavallo e parlava piano. Al suo fianco il solo Simone Beneventi, calato nelle sue rinfuse di percussioni, tremava il tappeto sonoro come fosse un temporale lontano.
Oggi il meccanismo si ripete. A risvegliarsi sono stati i CSI e, finito il magnifico ciclo di concerti, lui ritorna al suo spettacolo, in questi due anni perfezionato con l’integrazione di Luca Alfonso Rossi agli strumenti a corda e ribattezzato “Percuotendo in cadenza”, di cui questo album è la rilevazione.

Pare allora che Ferretti Lindo Giovanni, arrivato alla soglia dei settantatré anni, abbia bisogno di far chiarezza, pacificare le nuove e le vecchie esperienze, metterle in fila, ordinarle, rileggerle attraverso il proprio determinismo; renderle stazioni di un cammino spirituale coerente che, nella sua cosmogonia, deve concludersi a Cerreto, là dove abita “case d’altri”, nel suo eremo di silenzio, solitudine e preghiera. L’uomo fragile, l’idolo bruciato dalla voce cavernosa, tremante e spudorata, era inevitabile ritrovasse le proprie canzoni e le orientasse a questa luce crepuscolare. Icone votive, vanno a segnare i momenti di un’esistenza tutta tesa al ritorno, a quel crinale ampio e scosceso dove si possono osservare moltitudini di fantasmi, di uomini e cavalli, che scendono a valle, trascinati dal peso della Storia. Una danza macabra alla quale sente che presto si unirà.
I brani sono riportati a una durezza medievale, monastica, esposti nella loro dimensione più escatologica. Un vespro di malinconia e ringraziamento che ricalca il metodo del bellissimo “Bella gente d’Appennino – di madri e di famiglie”. Molto dei CSI ritorna come un commovente canto bucolico, poesie rurali e etniche di una meraviglia popolare, pasoliniana. “Finisterrae” e “Brace”, “Inquieto” e “Intimisto”, “Del Mondo”, profumano di terra smottata e incedono lentamente in un racconto complicato “di cose e non di pensieri”, come direbbe il Chirone di “Medea“.

I recitati sono le consuete turbolente prose composte al limite del cut-up, ricostruiscono labirinti semantici, dipanano i sentimenti e infondono negli eventi una certa rotondità spirituale. Canti dalla fine del mondo, da un’epoca di muri sgretolati sotto il peso del tempo, della modernità che accade e trascina via tutti quanti. Così i brani dei PGR si fanno responsi d’anzianità, dei quali “Cronaca Montana” ne è la principale interprete, commovente nei suoi sterminati scorci appenninici, retta su niente più che un arpeggio chiarissimo di chitarra e un beat da pre-set di pianola. Perfino i due episodi ripescati da “CO.DEX”, smussato quel posticcio hip-hop/world anni Zero, riescono a non spezzare l’incanto, ma a parteciparvi con una certa rilevanza.
Per far contenta Suor Aurelia Strozzi, che ai tempi dello zecchino d’oro pronosticava “male che vada, ne faremo un cantante”, lo spettacolo si chiude con il lungo “Te Deum” remiscelato con recitativi sacerdotali, sermoni di fuoco e latinismi da controriforma.

Alla fine si può dire tutto e il contrario, si può riconoscere a Ferretti una inossidabile coerenza (come da sempre sostiene Giorgio Canali), accusarlo d’averci traditi tutti quanti, o additarlo come il peggior affabulatore paraculo del cantautorato italiano. Va bene, ma al netto di qualche lieve incertezza nella resa complessiva, abbiamo dei brani che comunque li si metta sono capaci d’interpretare l’esistenza in ogni sua forma, che sia una riottosa giovinezza o una stanca vecchiaia, che si voglia fuggire o tornare, che si debba vivere o morire; sono inequivocabilmente lo specchio nostro, qualsiasi cosa rifletta. E allora…

OndaRock Logo

Cavalca l’onda della grande musica

Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.

11/10/2026


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »